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Mario Giansone

Profilo Biografico e Professionale

  • Origini: Mario Giansone nacque a Torino il 26 gennaio 1915 e vi morì l’8 gennaio 1997.

     
  • Formazione: Si diplomò al Liceo Artistico nel 1935. Fu assistente di Luigi Cibrario (docente di Anatomia) e lavorò nello studio di Michele Guerrisi.

     
  • Insegnamento: Fu una figura centrale nella didattica torinese, insegnando Anatomia all’Accademia Libera di Belle Arti (1946-1948) e successivamente Plastica, Disegno dal vero ed Educazione visiva all’Istituto Statale d’Arte (poi “Aldo Passoni”) dal 1956 al 1985, dove ricoprì anche la carica di vicepreside.

     
  • Carattere: È descritto come un uomo solitario, “mefistofelico” e orgogliosamente indipendente, che viveva circondato dalle proprie opere e raramente accettava di separarsene.

     

2. La Visione Artistica e le Teorie

  • Scultura Diretta: Giansone è tra i rari interpreti della scultura diretta, ovvero la tecnica di scolpire pietra, marmo o legno senza l’ausilio di bozzetti o modelli in gesso intermedi. Per lui, la scultura era un processo di “scavo” e di rimozione della materia.

     
  • Basi Teoriche: Sviluppò sistemi complessi come la Teoria Modulare (1963) e la Teoria delle Tangenti (approfondita negli anni ’80), intese come norme severe per strutturare la libertà creativa.

     
  • L’uso della Fotografia: Utilizzava la fotografia (servendosi di professionisti come Aschieri, Chiesa e Invernizzi) non solo per documentare, ma come strumento di ricerca per “riguardare” le opere da punti di vista paradossali e scoprirne nuove forme virtuali. Spesso forniva ai collezionisti album fotografici a corredo delle opere.

     

3. Opere e Temi Ricorrenti

  • Il Jazz: Tema fondamentale declinato in pietre, bronzi e gioielli. Celebre è la Cancellata degli Ideogrammi plastici sul jazz, che Peggy Guggenheim avrebbe voluto per la sua collezione, ma che Giansone si rifiutò di donare.

     
  • I Gatti: Uno dei soggetti più amati dal pubblico, in cui la pietra viene plasmata per restituire leggerezza ed eleganza fluttuante.

     
  • Le Donne: Rappresentate in opere celebri come La donna della domenica (in marmo rosa e onice) e La grande madre.

     
  • Gli Arazzi: Prodotti in collaborazione con l’Arazzeria Scassa di Asti (solo sei esemplari), presentano la peculiarità tecnica di essere lavorati sul rovescio per esaltare gli effetti di luce.

     
  • Opera Omnia: Un complesso monumentale di ventitré blocchi (un nucleo centrale e ventidue sculture di contorno) che rappresenta una visione antropocentrica dell’universo, dal big bang alla coscienza umana.

     4. Eventi Espositivi e Eredità
  • Mostra Storica: La sua unica personale monografica in vita fu quella alla galleria La Bussola di Torino nel 1965.

     
  • Rifiuti Celebri: Per non scendere a compromessi sulla quantità di opere esposte, rifiutò l’invito alla Biennale di Venezia sia nel 1964 che nel 1966.

     
  • Tutela attuale: La Fondazione Mario Giansone ETS è l’ente che oggi detiene i diritti e autorizza la riproduzione del materiale relativo al Maestro. Giuseppe Floridia, curatore del catalogo e amico stretto, ha dedicato oltre vent’anni a preservarne la memoria.

     

 

 

# 1: L’Etica dell’Isolamento e la "Monogamia con l’Arte"

1.1 Le origini e lo studio-santuario di Via Principi d’Acaja

Mario Giansone nasce a Torino il 26 gennaio 1915 (in via Montebello 15, come ricorda oggi una targa cittadina). La sua formazione non è solo artistica, ma profondamente tecnica e anatomica: si diploma al Liceo Artistico nel 1935 e affina la sua mano come assistente del professor Luigi Cibrario (docente di Anatomia) e collaboratore del monumentale Michele Guerrisi.

Il baricentro della sua esistenza, tuttavia, si sposta presto nello studio di via Principi d’Acaja 16. Non si trattava di un semplice luogo di lavoro, ma di un ambiente “totale” dove l’opera e l’uomo coincidevano. Giansone visse circondato dalle sue creature di pietra, bronzo e legno, spesso rifiutandosi di venderle. Come riportato nel catalogo Alla ricerca dell’Armonia Nascosta, l’artista definiva il suo legame con la creazione un «atto di monogamia verso l’arte». Questa scelta non era dettata da misantropia, ma dalla necessità di proteggere una ricerca che non ammetteva distrazioni mondane o compromessi commerciali. 

1.2 La sfida al sistema: Il “No” alla Biennale e a Peggy Guggenheim

La statura morale di Giansone emerge con forza dai suoi leggendari rifiuti, documentati dal critico Giuseppe Luigi Marini. Nonostante l’apprezzamento di critici come Giuseppe Marchiori, Giansone:

  • Rifiutò la Biennale di Venezia (1964 e 1966): Egli non accettava che la commissione selezionasse solo “qualche opera”. Per Giansone, l’opera era un percorso organico e non poteva essere smembrata per scopi espositivi.

  • Rifiutò Peggy Guggenheim: La celebre collezionista si innamorò della Cancellata degli Ideogrammi plastici sul tema del jazz (un montaggio di venti bronzi su tubolari di ferro). Giansone si rifiutò di cederla, preferendo che l’opera rimanesse nel suo studio come parte del suo “racconto universale”.

1.3 Il ruolo di educatore e il legame con la città

Nonostante l’isolamento creativo, Giansone fu una figura cardine della Torino colta. Dal 1956 al 1985 fu docente di Plastica e vicepreside all’Istituto Statale d’Arte (poi Liceo “Aldo Passoni”). Qui non insegnava solo una tecnica, ma una disciplina morale del guardare. Il suo studio era frequentato da intellettuali come Fruttero & Lucentini; proprio una sua opera, La donna della domenica (scolpita in marmo rosa e onice), ispirò il titolo del loro celebre romanzo, a testimonianza di quanto la sua presenza, seppur schiva, fosse radicata nel tessuto culturale torinese.

 

#2: La Rivoluzione del "Taglio Diretto" e la Metafisica della Materia

2.1 La rottura con l’Accademia: L’assenza del modello

Mentre la scultura accademica del Novecento si basava sul “riporto” (creazione di un bozzetto in creta, poi un gesso, e infine la traduzione in marmo da parte di artigiani), Giansone praticava la Scultura Diretta. Come spiega Piergiorgio Dragone, Giansone affrontava il blocco di pietra o legno “a nudo”. Non c’erano bozzetti preparatori: l’immagine era prefigurata mentalmente nella sua interezza prima ancora che il primo colpo di subbia toccasse la materia.

2.2 Il Segno e il Movimento

Giansone ha lasciato una massima che è il cuore della sua poetica: «Il segno che scalfisce trasversalmente obbliga la materia al movimento». Per lui, la superficie della scultura non doveva essere un’epidermide levigata e inerte, ma una trama di segni (i colpi di scalpello, gradina o subbia) che vibrano sotto la luce. Egli lavorava materiali di estrema durezza:

  • Pietre: Graniti, marmi onici e porfidi.

  • Legni: Essenze durissime e rare come l’ebano, il paduk, il mogano e l’azobé. La sua sfida era far sì che questi materiali pesanti e ostili perdessero la loro gravità, diventando forme fluttuanti nello spazio, come nei suoi celebri gatti o nelle figure di amanti.

2.3 Il Pieno e il Vuoto

Nella metodologia costruttiva di Giansone (documentata nell’Album 1963-1964), il vuoto non è assenza di materia, ma una componente plastica attiva. Lo spazio scavato tra le gambe di un musicista jazz o sotto l’arco di un gatto ha la stessa “massa visiva” della pietra stessa. È questo equilibrio che permette a opere monumentali di apparire dotate di un ritmo musicale interiore.

 

# 3: La Mente Scientifica: Teoria Modulare e Teoria delle Tangenti

3.1 La Teoria Modulare (1963-1964)

In questo periodo, Giansone formalizza i suoi “Documenti di Metodologia Costruttiva”. Il “modulo” non è per lui una ripetizione decorativa, ma l’unità genetica della forma. Attraverso grafici e tavole plastiche, Giansone dimostra come un’immagine possa nascere da una progressione logica di volumi, crescendo nello spazio come un cristallo o un organismo biologico.

3.2 La Fotografia come strumento di indagine

Giansone non usava la fotografia per documentare, ma per indagare. Collaborando con fotografi come Francesco Aschieri e Rodolfo Isoardi, egli studiava le proprie opere attraverso inquadrature paradossali che ne rivelassero le “forme virtuali”. La fotografia diventava un modo per “riguardare” la scultura da punti di vista impossibili all’occhio umano, confermando la validità delle sue teorie spaziali.

3.3 La Teoria delle Tangenti (Anni ’80)

È il culmine della sua ricerca didattica e artistica. Giansone scompone la figura umana e animale attraverso un sistema di tangenti geometriche. Questo rigore permetteva di raggiungere una sintesi suprema: la forma finale appare libera e dinamica, ma poggia su un’impalcatura matematica indistruttibile, che garantisce l’armonia tra le parti.

 

 

#4: L’Universo in Pietra L’Opera Omnia (I 23 Blocchi)

Fonti: Catalogo “Alla ricerca dell’Armonia Nascosta” e Saggio di Piergiorgio Dragone

4.1 La visione cosmogonica

L’Opera Omnia non è una semplice collezione, ma un testamento filosofico scolpito. Giansone ha dedicato anni alla creazione di questo complesso monumentale composto da 23 blocchi di pietra. L’obiettivo era ambizioso: riassumere visivamente l’intera evoluzione dell’universo e della coscienza umana. Per Giansone, la scultura non era solo forma, ma un modo per decifrare le leggi della natura. In questo ciclo, la materia si fa narrazione:

  • Dall’Energia Primordiale: I primi blocchi rappresentano il caos e l’origine (il Big Bang). Qui la pietra è trattata con una forza quasi bruta, dove i segni del “taglio diretto” evocano l’esplosione della materia.

  • Alla Complessità Biologica: Man mano che il ciclo procede, le forme si articolano, richiamando la nascita della vita e la progressiva organizzazione degli organismi.

  • Al Nucleo della Coscienza: Il percorso culmina in un nucleo centrale attorno al quale ruotano le altre 22 sculture. Questo centro rappresenta l’Uomo, non come figura anatomica, ma come “coscienza del cosmo”, l’essere in cui l’universo finalmente si guarda e si riconosce.

4.2 Il rigore della disposizione

Giansone non ha lasciato al caso nemmeno lo spazio tra un blocco e l’altro. Nel Museo di Sant’Ambrogio, la disposizione rispetta i suoi calcoli teorici: lo spettatore deve poter “abitare” l’opera, camminando tra i blocchi per percepire che il vuoto che li separa è carico di tensione comunicativa tanto quanto la pietra scolpita.

4.3 In via Messina

Il passaggio dallo storico studio di Via Principi d’Acaja 16 a quello di Via Messina 38/40 (noto come lo “studio-magazzino”) rappresenta un momento cruciale nella biografia di Mario Giansone, dettato da necessità fisiche e tecniche legate alla sua evoluzione artistica.

La motivazione principale risiede nella natura stessa delle ultime opere del Maestro, in particolare l’Opera Omnia.

  • Dimensioni Monumentali: Mentre lo studio di Via Principi d’Acaja era un “santuario” perfetto per la grafica, i gioielli e le sculture di medie dimensioni, esso divenne inadeguato per ospitare i 23 massicci blocchi di pietra che compongono l’Opera Omnia.

  • Necessità Industriali: Per lavorare blocchi di granito e marmo pesanti tonnellate, Giansone aveva bisogno di spazi attrezzati con carriponte, gru e macchinari industriali che uno studio in un quartiere residenziale non poteva offrire.

  • Simbiosi con i Marmisti: Giansone trovò una sede operativa ideale presso i Marmisti Ramella Pairin in Via Messina 40. Qui, circondato dalla materia grezza e supportato da attrezzature pesanti, poté continuare la sua pratica della “scultura diretta” su scala monumentale.

  • Il trasferimento non è stato un distacco netto e immediato, ma un processo di espansione funzionale:
  • Anni ’70/’80: Con l’avvio della progettazione e dello scavo dell’Opera Omnia (i cui studi iniziano nel 1977), la produzione “pesante” iniziò a spostarsi progressivamente verso i laboratori di Via Messina.

  • Lo “Studio-Magazzino”: Negli ultimi anni della sua vita, Via Messina divenne il suo vero centro operativo per la scultura in pietra, mentre Via Principi d’Acaja rimaneva la sua dimora privata e lo studio per le opere più minute.

  • L’Eredità Postuma: Dopo la morte del Maestro (1997), lo spazio di Via Messina è diventato il cuore pulsante dell’Associazione Archivio Storico Mario Giansone (ora Fondazione). È lì che Giuseppe Floridia ha curato, protetto e catalogato le opere per oltre vent’anni, organizzando visite guidate (famose quelle del 2017-2018 in occasione della mostra a Palazzo Madama) prima del definitivo trasferimento al Museo di Sant’Ambrogio nel 2026.

In sintesi, Via Messina è stata la “officina della pietra” che ha permesso a Giansone di completare la sua cosmogonia, trasformando la fatica dello scultore in un’impresa di ingegneria artistica.

Fonti: Catalogo “Alla ricerca dell’Armonia Nascosta”, saggi di Piergiorgio Dragone e documentazione dell’Archivio Storico Mario Giansone.

 

 

# 5: Gli "Arazzi di Luce" e la collaborazione con Scassa

Fonti: Album 1963-1964 e Documenti d’Archivio della Fondazione

5.1 La sfida della trama

Sebbene Giansone sia celebrato come scultore, la sua ricerca sulla forma lo portò a confrontarsi con il tessuto, collaborando con la prestigiosa Arazzeria Scassa di Asti. Questa produzione è estremamente rara (solo sei esemplari conosciuti) e rappresenta un unicum nella storia dell’arazzo moderno.

5.2 La tecnica del “Rovescio”

La particolarità tecnica di questi arazzi è sbalorditiva e riflette l’approccio teorico di Giansone:

  • Lavorazione Inversa: Gli arazzi venivano lavorati dal “rovescio” per ottenere una particolare densità cromatica e materica.

  • La Luce come Materiale: Giansone concepì queste opere affinché reagissero alla luce ambientale. A seconda dell’inclinazione dei raggi luminosi, la trama dell’arazzo rivela o nasconde dettagli delle figure, creando un effetto di “vibrazione” simile a quello che otteneva con lo scalpello sulle superfici di pietra.

  • Ideogrammi Tessili: I soggetti richiamano spesso i temi del jazz o della danza, dove la linea del filo sostituisce la linea del ferro o della pietra, mantenendo però la stessa tensione modulare.

 

 

# 6: Il Tesoro delle "Sculture da Indossare"

Fonti: Catalogo “Sculture da indossare” (2017), Saggi di Marco Basso e Giuseppe Luigi Marini.

6.1 Oro zecchino e Cera Persa (1972-1980)

Negli anni ’70, Giansone decise di sfidare la materia più preziosa: l’oro. La sua produzione orafa è concentrata in un arco temporale ristretto e conta circa quaranta pezzi unici.

  • Microscultura, non ornamento: Per Giansone, un anello o un bracciale non erano oggetti decorativi, ma sculture monumentali ridotte in scala. Egli usava l’oro zecchino fuso a cera persa, una tecnica che permetteva di trasferire nel metallo la stessa vibrazione nervosa e immediata del suo scalpello sulla pietra.

  • Gli anelli rotanti: Uno degli esempi più celebri della sua ingegnosità sono gli anelli con placca centrale rotante. Su un lato la figura (spesso un tema jazz o umano) è in rilievo, sull’altro è incisa. Questo permette all’opera di cambiare, di “suonare” una nota diversa a seconda di come viene mossa, richiamando la dinamicità del jazz.

6.2 Il connubio con i legni rari: I Contenitori-Scultura

L’aspetto forse più rivoluzionario dei gioielli di Giansone risiede nelle loro custodie. Egli intagliò personalmente scatole in legni esotici di estrema durezza: Ebano, Paduk, Mogano, Azobé.

  • L’opera totale: La scatola non è un accessorio, ma parte integrante dell’opera. Il gioiello è incastonato nel legno come una gemma nella roccia. Quando il gioiello viene rimosso per essere indossato, il contenitore rimane come una scultura autonoma che testimonia l’assenza dell’oro, in un gioco continuo tra pieno e vuoto.

  • Collezionismo d’élite: Queste opere furono acquisite da grandi nomi dell’industria e della cultura torinese (Agnelli, Pininfarina), che riconoscevano in esse il perfetto equilibrio tra rigore tecnico e lusso intellettuale.

 
 

 

# 7: L'Eredità e la Fondazione Mario Giansone ETS

Fonti: Statuto della Fondazione e scritti di Giuseppe Floridia.

7.1 La conservazione del patrimonio

Dopo la morte dell’artista nel 1997, il rischio di dispersione del suo immenso archivio (composto non solo da sculture, ma da migliaia di disegni, incisioni e documenti teorici) era altissimo. Grazie alla devozione e al lavoro ventennale di Giuseppe Floridia, il patrimonio è stato catalogato e protetto, portando alla nascita della Fondazione Mario Giansone ETS.

7.2 Il Museo di Sant’Ambrogio: Il compimento di un sogno

Inaugurato il 18 aprile 2026, il museo rappresenta il culmine della missione della Fondazione. Situato in un ex opificio, lo spazio rispecchia l’etica del lavoro di Giansone. Qui, gli studenti e i visitatori possono finalmente vedere l’interconnessione tra i disegni modulari, le matrici degli arazzi, i gioielli e le pietre monumentali, comprendendo che Mario Giansone è stato un artista totale, capace di scolpire non solo la materia, ma il pensiero stesso.

 

 

Chi siamo

La Fondazione Mario Giansone ETS si pone il compito di custodire e di far conoscere l’eredità di un artista che ha attraversato il Novecento, lasciando un’impronta indelebile nella storia della scultura italiana e internazionale.

Contatti

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Via Sestriere, 1 – Sant’Ambrogio
10061 Torino

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Via Ottavio Assarotti, 10
10122 Torino

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