GIANSONE
SCULTURE DA INDOSSARE
Palazzo Madama – Sala Atelier
Piazza Castello – Torino
5 ottobre 2017 – 29 gennaio 2018
Mercoledì 4 ottobre 2017
conferenza stampa ore 11.00 nel Gran Salone dei Ricevimenti,
Palazzo Madama ancora una volta conferma la sua vocazione ad essere un Museo civico di Arte Antica interessato a documentare il nesso stringente esistente tra la scultura e la pittura e le cosiddette arti decorative o applicate, presentando dal 5 ottobre 2017 al 29 gennaio 2018, al secondo piano in Sala Atelier, una mostra dedicata ai gioielli in oro forgiati dall’artista torinese Mario Giansone (1915-1997), uno dei più valenti scultori italiani del ‘900. Capolavori concepiti per essere indossati dalle tante signore che Giansone frequentava e ammirava, ricambiato grazie al suo fascino misterioso ed esoterico.
Impegnato per tanti anni sia come artista sia come professore presso l’Istituto d’Arte di Torino (oggi Liceo Artistico Aldo Passoni), Giansone nel corso della sua attivissima vita, ha scolpito, disegnato, dipinto e realizzato incisioni e arazzi con uno stile personalissimo, sospeso tra una sintetica figuratività e l’astrazione pura. Il marmo, la pietra, il ferro, i legni più duri, sono stati la materia prima che nelle sue mani ha dato forma e vita alle sue intense emozioni, alla sua visione dell’umanità, dell’universo e dell’ultraterreno.
All’interno del vastissimo corpus di opere realizzate tra il 1935 e il 1997, spiccano questi suoi “gioielli da indossare”. Microsculture fuse in oro, in cui Giansone mette in estremo risalto la componente scultorea del gioiello, senza nulla concedere alle forme e alle mode dell’arte orafa del suo tempo. Questo lo si può cogliere osservando anche i contenitori in legno che custodiscono e fanno da espositori a quasi tutti i gioielli. Sono “scatole” intagliate nei legni durissimi che l’artista privilegiava: il mogano, l’azobè, il paduk, il palissandro, la radica e soprattutto l’ebano, il più raro e difficile da lavorare. Contenitori che diventano a loro volta piccole sculture e capolavori artistici, indissolubilmente congiunti col gioiello incastonato dentro di essi.
I curatori della mostra, Marco Basso e Giuseppe Floridia, coadiuvati dalla registrar di Palazzo Madama, la storica dell’arte Stefania Capraro, hanno selezionato una quarantina di pezzi, in gran parte di proprietà dell’Associazione Archivio Storico Mario Giansone di Torino, che sponsorizza in toto questa mostra, più alcuni gioielli di proprietà di collezionisti privati. Giansone ebbe una significativa fortuna collezionistica a Torino negli anni Sessanta: alcune sue opere fanno oggi parte delle collezioni della GAM – Galleria Civica d’Arte Moderna di Torino, della sede Rai di Torino e di prestigiose raccolte torinesi, tra cui quelle delle famiglie Agnelli e Pininfarina.
Accompagna la mostra un catalogo edito da AdArte, con una presentazione scritta dal professor Giuseppe Floridia, che da vent’anni, dopo la morte di Giansone, si batte affinché l’opera di questo grande scultore non venga ingiustamente dimenticata.
In occasione della mostra a Palazzo Madama, lo studio di scultura di Mario Giansone (Via Messina 38, Torino) resterà eccezionalmente aperto per visite guidate con il curatore della mostra rivolte al pubblico adulto. Le visite guidate, con prenotazione obbligatoria, si svolgeranno dal 13 ottobre 2017 al 20 gennaio 2018, tutti i venerdì e sabato, dalle ore 17.30 alle 18.30, ad esclusione dei giorni 22, 23, 29 e 30 dicembre 2017. In occasione di Artissima, Fiera internazionale d’arte contemporanea di Torino, lo studio resterà aperto dal 3 al 5 novembre 2018 con orario prolungato, dalle 10.00 alle 19.30. Info e prenotazione obbligatoria: t. 011 4436999 – email didattica@fondazionetorinomusei.it. I posti disponibili sono limitati.
Mario Giansone nasce a Torino il 26 gennaio 1915. Nel 1935 si diploma presso il Liceo Artistico di Torino. Negli anni seguenti è per breve tempo assistente di Alberto Cibrario, docente di Anatomia Artistica alla Scuola Libera del Nudo dell’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino, e lavora presso lo studio privato dello scultore Michele Guerrisi, seguendo al contempo le sue lezioni di Storia dell’Arte all’Albertina. Dal 1956 al 1985 insegna presso l’Istituto Statale d’Arte di Torino, dapprima Plastica Ornamentale (ornato e figura modellata) e poi, dal 1962, Disegno dal vero ed Educazione visiva, ricoprendo anche la carica di Vicepreside dell’Istituto d’Arte fino al 1975.
Nel corso degli anni Cinquanta espone alle Quadriennali di Torino e Roma con un successo crescente testimoniato dalla commessa della scultura di Santa Cecilia per l’Auditorium RAI di Torino e dalla sua presenza di sue opere in alcune prestigiose collezioni private torinesi. In quegli anni anche la Galleria civica d’Arte Moderna di Torino acquista due sue sculture.
Gli anni Sessanta costituiscono la fase più felicemente ed intensamente creativa di Giansone. Alla pubblicazione della monografia sull’artista, con testo di Giuseppe Marchiori – uno dei maggiori critici del periodo – segue, nel 1965, la personale alla Galleria “La Bussola” di Torino.
Nel 1980 vince un concorso nazionale per la realizzazione di un’opera monumentale che lo impegna per i due anni successivi. Negli anni seguenti si dedica alla realizzazione di una complessa opera da lui definita “Opera Omnia”, i cui primi studi risalgono al1978, e, al venir meno delle forze fisiche, si dedica alla pittura su pannelli di compensato. Muore a Torino l’8 gennaio 1997.
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Palazzo Madama – Museo Civico d’Arte Antica
Fondato nel 1863, il museo è oggi ospitato in uno dei più antichi e affascinanti palazzi della città, con testimonianze architettoniche e di storia dall’età romana al Barocco di Filippo Juvarra. Le raccolte contano oltre 60.000 opere di pittura, scultura e arti decorative dal periodo bizantino all’Ottocento.
Orario:
lun-dom 10.00-18.00, chiuso il martedì. La biglietteria chiude 1 ora prima
Info per il pubblico:
palazzomadama@fondazionetorinomusei.it – t. 011 4433501 – www.palazzomadamatorino.it
Ufficio Stampa Palazzo Madama
Tanja Gentilini – t. 011 4429618 tanja.gentilini@fondazionetorinomusei.it
LA REALTÀ DI UNO SCULTORE
MARIO GIANSONE: «UN SOGNO DELLA SCULTURA»
Piergiorgio Dragone
«Chi è Giansone?»
Iniziava così il testo critico di Giuseppe Marchiori che compare nella monografia pubblicata nel 1965, in occasione della sua prima grandiosa personale alla “La Bussola”; che rimase l’unica della sua vita.
Giansone presentava, allora, oltre venti sculture in pietra e più di altrettante in legno, più di trenta stampe che ne erano state tratte, una dozzina di disegni “modulari” e una serie di piccoli bronzi (una ventina) sul tema del jazz che non venivano nemmeno numerati nel catalogo: il risultato di due soli anni di frenetico e fruttuoso lavoro.
Nell’elegante volume, dove bellissime fotografie a piena pagina di Francesco Aschieri, insieme a quelle di Rodolfo Isoardi, riproducevano opere dichiarate quali “sviluppi documentari”, fra il 1963 e il 1964, della “Progressione genetica dell’idea figurativa” dell’autore, non una data, né il minimo cenno ai suoi precedenti artistici.
Mario Giansone, prima, aveva esposto alle Promotrici di Torino (dove nel ’54 era presente con un buon gruppo di opere) e alle Quadriennali di Roma; non si poteva certo dire che fosse uno sconosciuto nell’ambiente artistico torinese, dove godeva anzi di stima e aveva ottenuto qualche incarico di prestigio (la *Santa Cecilia* per l’Auditorium Rai inaugurato nel 1953), vedendosi poi acquistare un paio di opere dalla Galleria d’Arte Moderna e da parte di alcuni importanti collezionisti.
Ma non era strano che il critico veneziano lo avesse sino ad allora ignorato; e le opere con cui si presentò a “La Bussola” parevano una svolta radicale rispetto a ciò che di suo s’era visto nelle collettive.
Fu una mostra che fece epoca: lo spazio della galleria era stato rinnovato appositamente, e quell’esposizione sembrò segnare la consacrazione di un grande scultore.
Uno scultore così grande che l’anno precedente, quando era stato invitato alla Biennale di Venezia, non appena Marchiori aveva visto il suo lavoro, aveva preferito rinunciare all’invito piuttosto di essere presente solo con qualche pezzo; meglio presentarsi con un insieme organico di opere recenti in quella che era stata la principale galleria torinese del secondo dopoguerra e che, alla metà degli anni ’60, manteneva ancora un suo indiscutibile prestigio.
Proseguo mantenendo **lo stesso criterio: nessuna riscrittura, nessuna modernizzazione dello stile, solo pulizia del testo, correzione OCR, ricomposizione delle parole e rimozione delle interruzioni improprie.**
—
Ci si sarebbe potuto attendere un seguito in crescendo; invece, forse anche per le radicali trasformazioni che in quegli anni stava vivendo il mondo artistico, Giansone sembrò eclissarsi: salvo sempre più rare presenze, in qualche particolare mostra collettiva, non espose più.
Continuò a scolpire e a lavorare alla ricerca di un proprio universo insieme artistico ed umano, in una concentrazione progressivamente e inesorabilmente sempre più solitaria.
Negli anni ’80, quando l’avevo cercato pensando a una sua antologica nell’ambito della bella serie di mostre che la Regione promuoveva in quel periodo sui maggiori artisti piemontesi, lo avevo visto, nel suo Studio delle pietre, circondato dalle grandi affascinanti sculture che aveva prodotto in vent’anni di un lavoro determinato sino all’ostinazione, scontrosamente soddisfatto di quel che aveva realizzato, risentito dei mancati riconoscimenti che lui per primo disdegnava, e sempre più ombrosamente geloso delle proprie opere.
Andai più volte, per convincerlo a far vedere le sue sculture a Marco Rosci che stava curando molte di quelle rassegne; lui cambiava discorso e, anche per dimostrarmi di “non aver nulla contro di me”, mi metteva a parte del suo grande segreto: *Opera omnia* a cui lavorava da anni.
Ogni volta, alla fine, alzava un drappo e mi faceva vedere una delle venti o trenta sculture che, mi aveva spiegato, facevano parte del progetto complessivo; e poi mi congedava, rinviando a un futuro indeterminato il giorno in cui avrei potuto tornare con Rosci.
A forza di improvvisate nel suo studio, riuscii a ottenere un po’ più di confidenza, a vedere, a rate, quasi tutta l’*Opera omnia*, e ad ottenere un appuntamento con il professor Rosci; l’incontro andò più che bene, e sembrava che si riuscisse finalmente a combinare la mostra; invece, per diverse ragioni, non se ne fece poi più nulla.
Quando è morto, nel gennaio di quest’anno, poco è mancato che la sua scomparsa passasse sotto silenzio.
Del resto, dato il suo isolamento, poteva essere comprensibile che anche chi non l’aveva dimenticato lo considerasse comunque da tempo del tutto estraneo alle vicende artistiche degli ultimi trent’anni.
Proponendo di dedicare a Giansone la mostra di quest’anno a Torre Pellice, volevo dunque ricordare e attirare l’attenzione su una personalità che era stata senza dubbio di notevole qualità artistica e che meritava una riconsiderazione.
Nel corso della preparazione di quella che, con tutti i suoi limiti, a cominciare dalla difficoltà di documentare l’opera di uno scultore, sarebbe comunque stata la prima mostra antologica dell’artista, è però emerso un quadro assai più complesso e interessante: sia per ciò che riguarda la figura, l’evoluzione e la produzione complessiva di Giansone; sia per quanto attiene ai suoi rapporti con l’ambiente e le vicende artistiche torinesi dalla seconda metà degli anni trenta in qua; sia, e soprattutto, per quanto investe i nodi problematici e critici relativi alla scultura in questo stesso ampio arco di tempo.
La mostra, le due mostre anzi, e questo catalogo, hanno finito perciò per diventare qualcosa di più della rassegna retrospettiva e del catalogo a cui avevo pensato inizialmente; ma tanto di meno della grande esposizione con numerose importanti sculture, accompagnata da un’ampia monografia ragionata, che sarebbe indispensabile per cogliere appieno il valore e la portata della produzione artistica di Giansone: per ora ci si deve limitare a “fare il punto” sui risultati sinora conseguiti nella ricerca e a indicare degli spunti per ulteriori approfondimenti.
Proseguo mantenendo **lo stesso criterio: nessuna riscrittura, nessuna modernizzazione dello stile, solo pulizia del testo, correzione OCR, ricomposizione delle parole e rimozione delle interruzioni improprie.**
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Ci si sarebbe potuto attendere un seguito in crescendo; invece, forse anche per le radicali trasformazioni che in quegli anni stava vivendo il mondo artistico, Giansone sembrò eclissarsi: salvo sempre più rare presenze, in qualche particolare mostra collettiva, non espose più.
Continuò a scolpire e a lavorare alla ricerca di un proprio universo insieme artistico ed umano, in una concentrazione progressivamente e inesorabilmente sempre più solitaria.
Negli anni ’80, quando l’avevo cercato pensando a una sua antologica nell’ambito della bella serie di mostre che la Regione promuoveva in quel periodo sui maggiori artisti piemontesi, lo avevo visto, nel suo Studio delle pietre, circondato dalle grandi affascinanti sculture che aveva prodotto in vent’anni di un lavoro determinato sino all’ostinazione, scontrosamente soddisfatto di quel che aveva realizzato, risentito dei mancati riconoscimenti che lui per primo disdegnava, e sempre più ombrosamente geloso delle proprie opere.
Andai più volte, per convincerlo a far vedere le sue sculture a Marco Rosci che stava curando molte di quelle rassegne; lui cambiava discorso e, anche per dimostrarmi di “non aver nulla contro di me”, mi metteva a parte del suo grande segreto: *Opera omnia* a cui lavorava da anni.
Ogni volta, alla fine, alzava un drappo e mi faceva vedere una delle venti o trenta sculture che, mi aveva spiegato, facevano parte del progetto complessivo; e poi mi congedava, rinviando a un futuro indeterminato il giorno in cui avrei potuto tornare con Rosci.
A forza di improvvisate nel suo studio, riuscii a ottenere un po’ più di confidenza, a vedere, a rate, quasi tutta l’*Opera omnia*, e ad ottenere un appuntamento con il professor Rosci; l’incontro andò più che bene, e sembrava che si riuscisse finalmente a combinare la mostra; invece, per diverse ragioni, non se ne fece poi più nulla.
Quando è morto, nel gennaio di quest’anno, poco è mancato che la sua scomparsa passasse sotto silenzio.
Del resto, dato il suo isolamento, poteva essere comprensibile che anche chi non l’aveva dimenticato lo considerasse comunque da tempo del tutto estraneo alle vicende artistiche degli ultimi trent’anni.
Proponendo di dedicare a Giansone la mostra di quest’anno a Torre Pellice, volevo dunque ricordare e attirare l’attenzione su una personalità che era stata senza dubbio di notevole qualità artistica e che meritava una riconsiderazione.
Nel corso della preparazione di quella che, con tutti i suoi limiti, a cominciare dalla difficoltà di documentare l’opera di uno scultore, sarebbe comunque stata la prima mostra antologica dell’artista, è però emerso un quadro assai più complesso e interessante: sia per ciò che riguarda la figura, l’evoluzione e la produzione complessiva di Giansone; sia per quanto attiene ai suoi rapporti con l’ambiente e le vicende artistiche torinesi dalla seconda metà degli anni trenta in qua; sia, e soprattutto, per quanto investe i nodi problematici e critici relativi alla scultura in questo stesso ampio arco di tempo.
La mostra, le due mostre anzi, e questo catalogo, hanno finito perciò per diventare qualcosa di più della rassegna retrospettiva e del catalogo a cui avevo pensato inizialmente; ma tanto di meno della grande esposizione con numerose importanti sculture, accompagnata da un’ampia monografia ragionata, che sarebbe indispensabile per cogliere appieno il valore e la portata della produzione artistica di Giansone: per ora ci si deve limitare a “fare il punto” sui risultati sinora conseguiti nella ricerca e a indicare degli spunti per ulteriori approfondimenti.
Proseguo mantenendo **lo stesso criterio: nessuna riscrittura, nessuna modernizzazione dello stile, solo pulizia del testo, correzione OCR, ricomposizione delle parole e rimozione delle interruzioni improprie.**
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Ci si sarebbe potuto attendere un seguito in crescendo; invece, forse anche per le radicali trasformazioni che in quegli anni stava vivendo il mondo artistico, Giansone sembrò eclissarsi: salvo sempre più rare presenze, in qualche particolare mostra collettiva, non espose più.
Continuò a scolpire e a lavorare alla ricerca di un proprio universo insieme artistico ed umano, in una concentrazione progressivamente e inesorabilmente sempre più solitaria.
Negli anni ’80, quando l’avevo cercato pensando a una sua antologica nell’ambito della bella serie di mostre che la Regione promuoveva in quel periodo sui maggiori artisti piemontesi, lo avevo visto, nel suo Studio delle pietre, circondato dalle grandi affascinanti sculture che aveva prodotto in vent’anni di un lavoro determinato sino all’ostinazione, scontrosamente soddisfatto di quel che aveva realizzato, risentito dei mancati riconoscimenti che lui per primo disdegnava, e sempre più ombrosamente geloso delle proprie opere.
Andai più volte, per convincerlo a far vedere le sue sculture a Marco Rosci che stava curando molte di quelle rassegne; lui cambiava discorso e, anche per dimostrarmi di “non aver nulla contro di me”, mi metteva a parte del suo grande segreto: *Opera omnia* a cui lavorava da anni.
Ogni volta, alla fine, alzava un drappo e mi faceva vedere una delle venti o trenta sculture che, mi aveva spiegato, facevano parte del progetto complessivo; e poi mi congedava, rinviando a un futuro indeterminato il giorno in cui avrei potuto tornare con Rosci.
A forza di improvvisate nel suo studio, riuscii a ottenere un po’ più di confidenza, a vedere, a rate, quasi tutta l’*Opera omnia*, e ad ottenere un appuntamento con il professor Rosci; l’incontro andò più che bene, e sembrava che si riuscisse finalmente a combinare la mostra; invece, per diverse ragioni, non se ne fece poi più nulla.
Quando è morto, nel gennaio di quest’anno, poco è mancato che la sua scomparsa passasse sotto silenzio.
Del resto, dato il suo isolamento, poteva essere comprensibile che anche chi non l’aveva dimenticato lo considerasse comunque da tempo del tutto estraneo alle vicende artistiche degli ultimi trent’anni.
Proponendo di dedicare a Giansone la mostra di quest’anno a Torre Pellice, volevo dunque ricordare e attirare l’attenzione su una personalità che era stata senza dubbio di notevole qualità artistica e che meritava una riconsiderazione.
Nel corso della preparazione di quella che, con tutti i suoi limiti, a cominciare dalla difficoltà di documentare l’opera di uno scultore, sarebbe comunque stata la prima mostra antologica dell’artista, è però emerso un quadro assai più complesso e interessante: sia per ciò che riguarda la figura, l’evoluzione e la produzione complessiva di Giansone; sia per quanto attiene ai suoi rapporti con l’ambiente e le vicende artistiche torinesi dalla seconda metà degli anni trenta in qua; sia, e soprattutto, per quanto investe i nodi problematici e critici relativi alla scultura in questo stesso ampio arco di tempo.
La mostra, le due mostre anzi, e questo catalogo, hanno finito perciò per diventare qualcosa di più della rassegna retrospettiva e del catalogo a cui avevo pensato inizialmente; ma tanto di meno della grande esposizione con numerose importanti sculture, accompagnata da un’ampia monografia ragionata, che sarebbe indispensabile per cogliere appieno il valore e la portata della produzione artistica di Giansone: per ora ci si deve limitare a “fare il punto” sui risultati sinora conseguiti nella ricerca e a indicare degli spunti per ulteriori approfondimenti.
Proseguo mantenendo **lo stesso criterio: nessuna riscrittura, nessuna modernizzazione dello stile, solo pulizia del testo, correzione OCR, ricomposizione delle parole e rimozione delle interruzioni improprie.**
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Ci si sarebbe potuto attendere un seguito in crescendo; invece, forse anche per le radicali trasformazioni che in quegli anni stava vivendo il mondo artistico, Giansone sembrò eclissarsi: salvo sempre più rare presenze, in qualche particolare mostra collettiva, non espose più.
Continuò a scolpire e a lavorare alla ricerca di un proprio universo insieme artistico ed umano, in una concentrazione progressivamente e inesorabilmente sempre più solitaria.
Negli anni ’80, quando l’avevo cercato pensando a una sua antologica nell’ambito della bella serie di mostre che la Regione promuoveva in quel periodo sui maggiori artisti piemontesi, lo avevo visto, nel suo Studio delle pietre, circondato dalle grandi affascinanti sculture che aveva prodotto in vent’anni di un lavoro determinato sino all’ostinazione, scontrosamente soddisfatto di quel che aveva realizzato, risentito dei mancati riconoscimenti che lui per primo disdegnava, e sempre più ombrosamente geloso delle proprie opere.
Andai più volte, per convincerlo a far vedere le sue sculture a Marco Rosci che stava curando molte di quelle rassegne; lui cambiava discorso e, anche per dimostrarmi di “non aver nulla contro di me”, mi metteva a parte del suo grande segreto: *Opera omnia* a cui lavorava da anni.
Ogni volta, alla fine, alzava un drappo e mi faceva vedere una delle venti o trenta sculture che, mi aveva spiegato, facevano parte del progetto complessivo; e poi mi congedava, rinviando a un futuro indeterminato il giorno in cui avrei potuto tornare con Rosci.
A forza di improvvisate nel suo studio, riuscii a ottenere un po’ più di confidenza, a vedere, a rate, quasi tutta l’*Opera omnia*, e ad ottenere un appuntamento con il professor Rosci; l’incontro andò più che bene, e sembrava che si riuscisse finalmente a combinare la mostra; invece, per diverse ragioni, non se ne fece poi più nulla.
Quando è morto, nel gennaio di quest’anno, poco è mancato che la sua scomparsa passasse sotto silenzio.
Del resto, dato il suo isolamento, poteva essere comprensibile che anche chi non l’aveva dimenticato lo considerasse comunque da tempo del tutto estraneo alle vicende artistiche degli ultimi trent’anni.
Proponendo di dedicare a Giansone la mostra di quest’anno a Torre Pellice, volevo dunque ricordare e attirare l’attenzione su una personalità che era stata senza dubbio di notevole qualità artistica e che meritava una riconsiderazione.
Nel corso della preparazione di quella che, con tutti i suoi limiti, a cominciare dalla difficoltà di documentare l’opera di uno scultore, sarebbe comunque stata la prima mostra antologica dell’artista, è però emerso un quadro assai più complesso e interessante: sia per ciò che riguarda la figura, l’evoluzione e la produzione complessiva di Giansone; sia per quanto attiene ai suoi rapporti con l’ambiente e le vicende artistiche torinesi dalla seconda metà degli anni trenta in qua; sia, e soprattutto, per quanto investe i nodi problematici e critici relativi alla scultura in questo stesso ampio arco di tempo.
La mostra, le due mostre anzi, e questo catalogo, hanno finito perciò per diventare qualcosa di più della rassegna retrospettiva e del catalogo a cui avevo pensato inizialmente; ma tanto di meno della grande esposizione con numerose importanti sculture, accompagnata da un’ampia monografia ragionata, che sarebbe indispensabile per cogliere appieno il valore e la portata della produzione artistica di Giansone: per ora ci si deve limitare a “fare il punto” sui risultati sinora conseguiti nella ricerca e a indicare degli spunti per ulteriori approfondimenti.
Proseguo mantenendo **lo stesso criterio: nessuna riscrittura, nessuna modernizzazione dello stile, solo pulizia del testo, correzione OCR, ricomposizione delle parole e rimozione delle interruzioni improprie.**
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Ci si sarebbe potuto attendere un seguito in crescendo; invece, forse anche per le radicali trasformazioni che in quegli anni stava vivendo il mondo artistico, Giansone sembrò eclissarsi: salvo sempre più rare presenze, in qualche particolare mostra collettiva, non espose più.
Continuò a scolpire e a lavorare alla ricerca di un proprio universo insieme artistico ed umano, in una concentrazione progressivamente e inesorabilmente sempre più solitaria.
Negli anni ’80, quando l’avevo cercato pensando a una sua antologica nell’ambito della bella serie di mostre che la Regione promuoveva in quel periodo sui maggiori artisti piemontesi, lo avevo visto, nel suo Studio delle pietre, circondato dalle grandi affascinanti sculture che aveva prodotto in vent’anni di un lavoro determinato sino all’ostinazione, scontrosamente soddisfatto di quel che aveva realizzato, risentito dei mancati riconoscimenti che lui per primo disdegnava, e sempre più ombrosamente geloso delle proprie opere.
Andai più volte, per convincerlo a far vedere le sue sculture a Marco Rosci che stava curando molte di quelle rassegne; lui cambiava discorso e, anche per dimostrarmi di “non aver nulla contro di me”, mi metteva a parte del suo grande segreto: *Opera omnia* a cui lavorava da anni.
Ogni volta, alla fine, alzava un drappo e mi faceva vedere una delle venti o trenta sculture che, mi aveva spiegato, facevano parte del progetto complessivo; e poi mi congedava, rinviando a un futuro indeterminato il giorno in cui avrei potuto tornare con Rosci.
A forza di improvvisate nel suo studio, riuscii a ottenere un po’ più di confidenza, a vedere, a rate, quasi tutta l’*Opera omnia*, e ad ottenere un appuntamento con il professor Rosci; l’incontro andò più che bene, e sembrava che si riuscisse finalmente a combinare la mostra; invece, per diverse ragioni, non se ne fece poi più nulla.
Quando è morto, nel gennaio di quest’anno, poco è mancato che la sua scomparsa passasse sotto silenzio.
Del resto, dato il suo isolamento, poteva essere comprensibile che anche chi non l’aveva dimenticato lo considerasse comunque da tempo del tutto estraneo alle vicende artistiche degli ultimi trent’anni.
Proponendo di dedicare a Giansone la mostra di quest’anno a Torre Pellice, volevo dunque ricordare e attirare l’attenzione su una personalità che era stata senza dubbio di notevole qualità artistica e che meritava una riconsiderazione.
Nel corso della preparazione di quella che, con tutti i suoi limiti, a cominciare dalla difficoltà di documentare l’opera di uno scultore, sarebbe comunque stata la prima mostra antologica dell’artista, è però emerso un quadro assai più complesso e interessante: sia per ciò che riguarda la figura, l’evoluzione e la produzione complessiva di Giansone; sia per quanto attiene ai suoi rapporti con l’ambiente e le vicende artistiche torinesi dalla seconda metà degli anni trenta in qua; sia, e soprattutto, per quanto investe i nodi problematici e critici relativi alla scultura in questo stesso ampio arco di tempo.
La mostra, le due mostre anzi, e questo catalogo, hanno finito perciò per diventare qualcosa di più della rassegna retrospettiva e del catalogo a cui avevo pensato inizialmente; ma tanto di meno della grande esposizione con numerose importanti sculture, accompagnata da un’ampia monografia ragionata, che sarebbe indispensabile per cogliere appieno il valore e la portata della produzione artistica di Giansone: per ora ci si deve limitare a “fare il punto” sui risultati sinora conseguiti nella ricerca e a indicare degli spunti per ulteriori approfondimenti.
Proseguo mantenendo **lo stesso criterio: nessuna riscrittura, nessuna modernizzazione dello stile, solo pulizia del testo, correzione OCR, ricomposizione delle parole e rimozione delle interruzioni improprie.**
—
Ci si sarebbe potuto attendere un seguito in crescendo; invece, forse anche per le radicali trasformazioni che in quegli anni stava vivendo il mondo artistico, Giansone sembrò eclissarsi: salvo sempre più rare presenze, in qualche particolare mostra collettiva, non espose più.
Continuò a scolpire e a lavorare alla ricerca di un proprio universo insieme artistico ed umano, in una concentrazione progressivamente e inesorabilmente sempre più solitaria.
Negli anni ’80, quando l’avevo cercato pensando a una sua antologica nell’ambito della bella serie di mostre che la Regione promuoveva in quel periodo sui maggiori artisti piemontesi, lo avevo visto, nel suo Studio delle pietre, circondato dalle grandi affascinanti sculture che aveva prodotto in vent’anni di un lavoro determinato sino all’ostinazione, scontrosamente soddisfatto di quel che aveva realizzato, risentito dei mancati riconoscimenti che lui per primo disdegnava, e sempre più ombrosamente geloso delle proprie opere.
Andai più volte, per convincerlo a far vedere le sue sculture a Marco Rosci che stava curando molte di quelle rassegne; lui cambiava discorso e, anche per dimostrarmi di “non aver nulla contro di me”, mi metteva a parte del suo grande segreto: *Opera omnia* a cui lavorava da anni.
Ogni volta, alla fine, alzava un drappo e mi faceva vedere una delle venti o trenta sculture che, mi aveva spiegato, facevano parte del progetto complessivo; e poi mi congedava, rinviando a un futuro indeterminato il giorno in cui avrei potuto tornare con Rosci.
A forza di improvvisate nel suo studio, riuscii a ottenere un po’ più di confidenza, a vedere, a rate, quasi tutta l’*Opera omnia*, e ad ottenere un appuntamento con il professor Rosci; l’incontro andò più che bene, e sembrava che si riuscisse finalmente a combinare la mostra; invece, per diverse ragioni, non se ne fece poi più nulla.
Quando è morto, nel gennaio di quest’anno, poco è mancato che la sua scomparsa passasse sotto silenzio.
Del resto, dato il suo isolamento, poteva essere comprensibile che anche chi non l’aveva dimenticato lo considerasse comunque da tempo del tutto estraneo alle vicende artistiche degli ultimi trent’anni.
Proponendo di dedicare a Giansone la mostra di quest’anno a Torre Pellice, volevo dunque ricordare e attirare l’attenzione su una personalità che era stata senza dubbio di notevole qualità artistica e che meritava una riconsiderazione.
Nel corso della preparazione di quella che, con tutti i suoi limiti, a cominciare dalla difficoltà di documentare l’opera di uno scultore, sarebbe comunque stata la prima mostra antologica dell’artista, è però emerso un quadro assai più complesso e interessante: sia per ciò che riguarda la figura, l’evoluzione e la produzione complessiva di Giansone; sia per quanto attiene ai suoi rapporti con l’ambiente e le vicende artistiche torinesi dalla seconda metà degli anni trenta in qua; sia, e soprattutto, per quanto investe i nodi problematici e critici relativi alla scultura in questo stesso ampio arco di tempo.
La mostra, le due mostre anzi, e questo catalogo, hanno finito perciò per diventare qualcosa di più della rassegna retrospettiva e del catalogo a cui avevo pensato inizialmente; ma tanto di meno della grande esposizione con numerose importanti sculture, accompagnata da un’ampia monografia ragionata, che sarebbe indispensabile per cogliere appieno il valore e la portata della produzione artistica di Giansone: per ora ci si deve limitare a “fare il punto” sui risultati sinora conseguiti nella ricerca e a indicare degli spunti per ulteriori approfondimenti.
Giansone, uomo e artista misterioso
La prima e unica mostra personale di Mario Giansone, durante la sua lunga vita (Torino, 26 gennaio 1915 – 8 gennaio 1997), fu allestita nel 1965 nella prestigiosa Galleria La Bussola di Torino. Quella mostra autunnale, accompagnata da un catalogo monografico suggestivo, costituì un vero e proprio avvenimento.
Nel mezzo secolo esatto di vita dell’artista, la mostra offriva i suoi raggiungimenti intellettuali ed espressivi non consentendo, tuttavia, di documentarne l’evoluzione cronologica; bensì solo il provvisorio traguardo di un lungo percorso creativo. La mostra sembrava cioè sostanzialmente escludere il «trascorso» dell’artista per fare il punto sulle conclusioni ultime di una ricerca e di una sperimentazione sofferta, meditata e necessaria a meglio giustificare la sorpresa del presente e indispensabile, forse, a guidare nel giusto senso (per esso intendendo il complesso pensiero dell’autore) la comprensione visiva e poetica dei visitatori. Era stata sì una mostra «suggestiva», come l’aveva definita Marziano Bernardi.
Per la mostra, che fece epoca, fu pubblicato uno splendido e assai curato volume-catalogo con una introduzione dell’eminente critico Giuseppe Marchiori, il quale, venuto a Torino e vista la produzione plastica e l’evidente temperamento dello scultore, non si limitò a scrivere quella «presentazione», ma lo fece subito invitare alla Biennale di Venezia del 1966: opportunità non sfruttata, giacché Giansone non intese accettare di esservi rappresentato solo da qualche opera. Del pari non seppe o non volle cogliere la concreta possibilità di approdare alla prestigiosa vetrina della veneziana Collezione Guggenheim. Lo stesso Marchiori gli avevano spianato la strada, anche se non si sarebbe trattato di una vendita ma di un omaggio, a titolo gratuito. È da notare come Peggy Guggenheim si fosse «innamorata» della cancellata degli Ideogrammi plastici sul tema del jazz, frutto sia del genio dello scultore che del montaggio di venti bronzi distribuiti sull’intreccio di tubolari di ferro disegnato, per la presentazione dell’insieme, da Francesco Mancini. In quanto a Marchiori, che pure aveva generosamente accettato l’incarico della presentazione con un testo succoso e tutt’altro che di circostanza, ancorché non aderente alle motivazioni ideologiche, intime e sofferte del percorso di Giansone, lo scultore stigmatizzò su un foglio a stampa, inserito a fine mostra ripiegato e incollato tra le due fitte pagine del testo critico, la riproduzione di un proprio manoscritto sul «tempo modulare»: «opera solo da capire ciò che Giuseppe Marchiori non ha capito e con lui altri».
Dopo la sua scomparsa Giansone è stato ricordato, nel 1997, con una importante personale nella Civica Galleria d’Arte Contemporanea «Filippo Scroppo» di Torre Pellice e nella 155a Rassegna della Promotrice torinese; nel 2015, anno centenario della sua nascita, nei locali di via della Rocca, ora Liceo Artistico «Aldo Passoni» in cui aveva trascorso buona parte dell’esistenza; nel 2016, con una personale di grande successo nei Palazzi Saluzzo Paesana e Ceriana e, infine, .dal 5 ottobre 2017 al 29 gennaio 2018 nella sala Atelier di Palazzo Madama, per la presentazione dei gioielli rappresentati in questo volume.
Giuseppe Luigi Marini
Ecco il testo estratto dal documento, organizzato in base alle sezioni principali:
Introduzione e poetica dell’artista
- Titolo e citazione: “DALLA MATERIA ALLA LUCE ANGELO MISTRANGELO”. “Potete ancora quasi vedere il loro respiro / i loro occhi di pietra che guardano Lawrence Ferlinghetti”.
- La scultura di Giansone: Il testo descrive le sue opere come “teste solcate dai segni del tempo, macchine che sfrecciano sulle piste della storia, concerti di un pianista in granito”. Queste esprimono il senso profondo, misterioso e talora inquieto della scultura di Mario Giansone, caratterizzata da una ricerca in continuo divenire e da una sorprendente tecnica compositiva. Nelle sue opere è presente una strenua energia di dialogo con la materia, lo spazio atmosferico e un linguaggio assoluto e rarefatto, mediato da una dimensione etica e spirituale.
La mostra del centenario (1915-2015)
- L’evento: Dal 18 dicembre 2015 al 15 febbraio 2016, si è tenuta la mostra «Mario Giansone 1915-2015. Artista, insegnante, teorico» presso il Liceo Artistico «Aldo Passoni». L’esposizione è stata ideata da Marco Basso insieme ai docenti del Dipartimento Storia dell’Arte del «Passoni».
- La visione dell’arte: La mostra ha evidenziato il rapporto tra l’artista (autore di Donna con levriero) e una scrittura intensa. Riguardo alla sua visione, Giansone ha dichiarato: «l’arte è per me il realizzare fissando sintesi visive. È azione biologica – si riproduce per meccanismi ciclici negli esiti che ne caratterizzano i vari modi o momenti e li differenziano – il discorso è molto più lungo e complesso».
Il cammino artistico e il contesto torinese
- La complessità teorica: Il percorso di Giansone include testi come La teoria delle tangenti (e sue conseguenze armoniche), le opere della «teoria modulare» e un universo fatto di riflessioni, schizzi, disegni anatomici, linee, forme e volumi percorsi dalla luce.
- L’inserimento culturale: Scultore, pittore e grafico, Giansone frequentò l’atelier di Michele Guerrisi. Egli appartiene alla cultura visiva del secondo Novecento italiano e all’evoluzione artistica di una Torino che contava personalità come Felice Casorati, Italo Cremona, il gruppo dei «Sei», Luigi Spazzapan e gli scultori Umberto Mastroianni, Franco Garelli e Sandro Cherchi. Giuseppe Marchiori colse nel suo lavoro «una specie di nitida bellezza alla umana precisione delle linee incise e degli scavi sapienti. La perfezione tecnica è indice di ordine e di equilibrio creativo».
Le opere e i temi chiave
- Soggetti e materiali: Giansone ha inciso e scavato la materia per realizzare opere come Jet americano in volo (porfido e copia in bronzo, 1964, 140×40 cm), Cantiere navale (lamiera incisa su supporto in legno, 1960, 47×63 cm) e Fucilazione in pietra. Ogni segno e modulazione di immagini evocative (siano esse bagnanti o battaglie di carri) delinea l’essenza di una creatività rigorosa.
- I gatti in pietra: Viene ricordata la sua partecipazione nel 1960 all’Esposizione Nazionale presso la Palazzina della Promotrice delle Belle Arti al Valentino, con le opere Gatto rosso (porfido) e Gatto nero (serpentino), accompagnate nel testo da una citazione di Jack Kerouac: «Ho trovato / il mio gatto una / Stella silenziosa».
- Altre sculture rilevanti: Nel multiforme corpus dell’artista figurano opere come La donna della domenica in marmo rosa del Portogallo (titolo legato al romanzo di Fruttero & Lucentini), il marmo simbolico La grande madre, La donna dei cani in onice e ferro, la Trasfigurazione in bronzo e il Concerto per voce e contrabbasso.
- Spazio, musica e pittura: Giansone si distingue per la capacità di “modellare” lo spazio e “costruire”, come nel caso dei Suonatori di jazz per il grattacielo RAI di via Cernaia a Torino. Il suo stile racconta di ballerine, ritratti, preziosi arazzi e pagine pittoriche vibranti che, in molte soluzioni grafiche, tendono all’astrattismo e alla purezza dell’espressione.
Conclusione
- Il testo si conclude definendo questi percorsi come itinerari della memoria e di una poetica che unisce visione e una sottile dimensione esoterica. Si tratta del documento di una lezione che ha attraversato le sperimentazioni più avanzate del secolo scorso, recuperando dall’interiorità segnali, intuizioni e i segreti di una ricercata verità.
L’ARTISTA
Non v’è lavoro di Giansone che non sia permeato da uno dei grandi temi che hanno informato di sé tutta la sua vita e determinato l’unicità e l’eccezionalità della sua opera e della sua persona: la brutalità della guerra, magistralmente resa nelle scene di battaglia così come nella rappresentazione di carri armati, fucilazioni e deportazione; l’ammirazione per le meraviglie tecnologiche che hanno caratterizzato il suo secolo, evidente tanto nelle raffigurazioni di una pista automobilistica, di un sorpasso o di un aeroporto di notte quanto nella rappresentazione di elicotteri e aerei, di navi, di strade invase dalle auto, di cantieri navali e di crogioli di fonderia.
Espressione quasi di un delicato intimismo sono, invece, le opere riconducibili al bisogno di affetti (Leitmotiv della vita dell’artista), quali: il bacio, le grandi madri, le figure di donna, gli amanti e i gatti o quelle che tradiscono l’inclinazione dell’animo a cercare rifugio nella musica, quali: i concerti per pianoforte, gli ideogrammi grafici, le ballerine e i plastici del jazz. Un intimismo che non di rado cede il passo a un percorso verso la spiritualità e la trascendenza (indotta, quest’ultima, dai colloqui con Witruna, suo spirito guida), che danno origine a straordinarie opere, quali: la sala di anatomia, la fecondazione, l’ombra e l’ascesa dello spirito.
Giansone ha dedicato gran parte della sua vita all’insegnamento e il suo lavoro non prescinde dalla ricerca di una metodologia di trasmissione delle tecniche di formazione dei volumi, delle immagini e delle composizioni. Una ricerca che si è concretizzata nello sviluppo del principio genetico delle forme (le teste, la faraona, la pietra dell’amore, lo starnazzo delle galline) e nell’individuazione del “Gatto?” come “conseguenza di una decisione”; nell’approccio alla “forma del vuoto” (i concerti per pianoforte e orchestra, le portaerei, la fonderia), vuoto che assume sostanza di materia esso stesso, nello studio del modulo come principio compositivo (fucilazione, molti legni, disegni, incisioni e xilografie), e, infine, nella “teoria delle tangenti”, creata per l’insegnamento di un metodo grafico di scomposizione delle immagini e di distribuzione armonica dei volumi e dei colori.
Il principale strumento di espressione della sua arte è stata la materia (granito, marmo, legno, bronzo e ferro ma anche fili di rame e di bronzo, lastre di acciaio) alla quale ha saputo trasfondere potenza espressiva. E’, tuttavia, nei disegni, di ballerini o di orchestre o di anatomia, oppure nella raffigurazione appena accennata di figure femminili, che Giansone ha inconsciamente rivelato la poesia e la dolcezza annidate dentro il bozzolo che lo separava dal mondo delle relazioni opportunistiche, proprio quelle che normalmente costituiscono l’humus sul quale nasce e si sviluppa il successo degli artisti.
Giansone non ha bisogno che si dica molto di lui. E’ sufficiente ciò che le sue opere raccontano.
Ecco il testo completo estratto dal documento:
DA BISTOLFI A MASTROIANNI
Cent’anni di scultura torinese
Galleria Matteotti
MARIO GIANSONE (Torino, 1915 – 1997)
Figura tormentata e nevrile, tutta ombre e schiarite improvvise, Giansone trasfigura l’anatomia umana in pure astrazioni volumetriche
\[Nudo\] ante 1945
terracotta, h. 54 cm
Mario, dopo aver frequentato corsi di ragioneria all’Istituto Sella, consegue il diploma presso il Liceo Artistico nella sessione autunnale del 1934-35.
Negli anni seguenti è per breve tempo assistente di Luigi Cibrario, allora docente di anatomia all’Accademia Albertina, e lavora presso lo studio di Michele Guerrisi, seguendo le sue lezioni di storia dell’arte in Accademia. Dal 1946 al 1948 insegna Anatomia all’Accademia Libera di Belle Arti di Torino. Svolge la sua più importante e continuativa attività didattica presso l’Istituto Statale d’Arte di Torino, dal 1956 alla pensione, ottenuta nel 1985: vi insegna plastica (ornato e figura modellata) e – dal 1962 – disegno dal vero ed educazione visiva, ricoprendo anche la carica di vicepreside dell’istituto (fino al 1975). Partecipa alle rassegne della Società Promotrice delle Belle Arti dal 1941.
Nel 1955 prende parte alla VII Quadriennale Nazionale d’Arte di Roma; nello stesso anno è invitato alla Quadriennale di Torino. Quattro anni dopo, nel 1959, replica l’accoppiata delle due Quadriennali, quella romana e quella torinese. È del 1965, invece, la mostra personale allestita nelle sale della galleria La Bussola di Torino. Quest’unica personale è duramente stroncata sulle pagine di un importantissimo quotidiano, fatto che amareggia profondamente lo scultore, già di per sé introverso, schivo e suscettibile. Giansone ha realizzato notevoli opere nell’ambito della scultura funeraria, fra le quali ricordiamo: la tomba Brambilla (1940, Cimitero Monumentale di Torino), la tomba Rivella (1959, Cimitero Monumentale di Torino), la tomba Rebaudengo (1967, Cimitero Monumentale di Torino) e la tomba Manzone (1985, Cimitero Monumentale di Torino). Interessanti, nondimeno, alcuni lavori di ispirazione religiosa: la Santa Cecilia del 1951-52, per l’Auditorium Rai di via Rossini, e la Maria Ausiliatrice del 1957, per la Cappella Trasformazioni Tessili di Moncalvo d’Asti. Assai ammirati, poi, i suoi Suonatori di Jazz (1967), inventati per il palazzo della Rai di Torino. Citiamo, ancora, la scultura per la scuola degli edili (1980-82, Ente Scuola Cipet, via Quarello 19, Torino). Nel 1980 ha partecipato al concorso bandito dal Cipet per la realizzazione di una scultura, con un progetto a cui aveva collaborato l’architetto Umberto Cento, suo collega all’Istituto d’Arte.
Nelle collezioni della Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino sono conservate due sculture di Giansone: la prima, intitolata Amanti (in porfido verde), venne esposta alla Promotrice del 195\[4\]; la seconda invece, intitolata Pescano con l’arpione o Naviganti (in legno di noce), fu presentata alla Promotrice del 1958. Notevole, infine, la sua non cospicua produzione di gioielli.
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BIOGRAFIA
Mario Giansone nasce a Torino il 26 gennaio 1915.
Nel 1935 si diploma presso il Liceo Artistico di Torino. Negli anni seguenti è, per breve tempo, assistente di Alberto Cibrario, docente di Anatomia all’Accademia Libera di Belle Arti di Torino e lavora presso lo studio privato di Michele Guerrisi, del quale segue al contempo le lezioni di Storia dell’Arte in Accademia.
Dal 1946 al 1948 è docente di Anatomia all’Accademia Libera di Belle Arti di Torino.
Dal 1956 al 1985 insegna presso l’Istituto Statale d’Arte di Torino, dapprima Plastica (ornato e figura modellata), poi, dal 1962, Disegno dal vero ed Educazione visiva, ricoprendo anche la carica di Vicepreside dell’Istituto fino al 1975.
Nel corso degli anni Cinquanta espone alle Quadriennali di Torino e Roma con un successo crescente testimoniato dalla commessa della Santa Cecilia per l’Auditorium RAI di Torino e dall’acquisizione di sue opere da parte della Civica Galleria d’Arte Moderna di Torino (due sculture) e di alcune prestigiose collezioni private. Gli anni Sessanta costituiscono la fase più felicemente e intensamente creativa di Giansone. Alla pubblicazione della monografia sull’artista, con testo di Giuseppe Marchiori (uno dei maggiori critici del periodo) segue, nel 1965, la grande personale alla Galleria “La Bussola” di Torino. Nel 1997 esegue in diorite un monumentale concerto jazz collocato nel palazzo della RAI di Torino.
Nel 1980 vince un concorso nazionale per la realizzazione di un’opera monumentale che lo impegna per i due anni successivi.
Negli anni seguenti affronta la realizzazione di una complessa opera da lui definita “Opera Omnia”, i cui primi studi risalgono al 1977. Con il venir meno delle forze fisiche, si dedica alla pittura su pannelli di compensato.
Muore a Torino l’8 gennaio 1997.
Biografia e personalità artistica (di Angelo Mistrangelo)
- « Giansone Mario è nato a Torino dove vive e opera. Per dieci anni ho incontrato, per le strade di Torino, Mario Giansone. Ora ne visito lo studio, un ambiente spoglio e rigoroso, dove la luce scivola sulle sculture e ne illumina i volumi, vorrei dire mistico, ma non sono venuto alla ricerca di un momento poetico, anche se tutto predispone in tal senso, bensì per scoprire e parlare con l’artista del suo lavoro, delle opere intese come appunti di un lungo viaggio logorante, credo e gesto tramandabile nel tempo.
- Carattere schivo e solitario Giansone vive appartato, proteso a risolvere la figurazione attraverso la linea ferrea, bloccandola in un’immobilità assoluta, che ne esalta la plasticità e la compattezza formale.
- La derivazione è sempre illuminazione improvvisa, tensione emotiva creativa che pervade l’artista e che si scarica sulla materia mediante un’operazione manuale sofferta per trarne le intime rispondenze, l’energia racchiusa, serrata nel blocco informale di materiali come ferro e legno Azobé, bronzo o porfido, cemento. L’opera di Giansone prevalica ogni facile pretesto consumistico, ogni geniale e arida composizione sperimentale, per porsi quale segno significante, narrazione precisa e in essa rivive la circostante civiltà contemporanea, presenza attiva e rispondente, materia e forma concepita con raffinata eleganza.
- Dalla massa della materia affiorano le linee di una sorprendente ricerca, di un’analisi conoscitiva della vita intesa come evoluzione e perpetuazione genetica e i geni si staccano per germinazione spontanea a costituire nuove forme derivanti e complementari, per successione nuove rispondenze e nuove armonie occupano lo spazio.
- L’uomo Giansone in mezzo alle sue opere esce dal silenzio, dalla solitudine e la parola netta e scandita diviene messaggio ed egli si configura con le sculture presenti e partecipa al loro moto, al significato stesso della loro esistenza e non esiste altro mondo, altra vita. Rimangono immagini non cancellate dal tempo, memorie di pareti nude e opere assolute testimonianza dell’intelligenza umana ».
(Nota: Il testo include anche la traduzione in inglese di questa biografia).
Pensiero dell’artista
- Pensiero sull’arte: « L’arte è per me il realizzare fissando sintesi visive. È azione biologica – Si riproduce per meccanismi ciclici negli esiti che ne caratterizzano i vari modi o momenti e li differenziano il discorso è molto più lungo e complesso ».
- Pensiero sulla vita: « È una cosa meravigliosa. Fuori dal riscontro biologico la vita è per me ansia di ricerca senza risposta, nella sostanza fondamentale piena di conseguenze e contraddizioni senza nulla di definitivo sul problema esistenziale ».
Mi piace accostare Mario Giansone ai grandi del jazz: in loro sempre aleggia uno spirito libero che trova affermazione e sublimazione nel momento creativo, unico per la sua immediatezza e irruenza, espressione di una tecnica perfezionata con lo studio e concretizzata in un “a solo”, sempre diverso, anche se il tema su cui ci si impegna e misura, è il medesimo. Allo stesso modo, Giansone nelle sue creazioni sa unire la spontaneità del suo estro alla razionalità di chi sa di dominare la materia e la forma, conoscendo bene i volumi e le linee che costituiscono l’essenza della figura.
E ancora la preziosità del jazz è data da quella sapiente alternanza di note a cui succedono pause e silenzi essenziali; così in Giansone: la materia alterna pieni a vuoti, luce a ombre suggerendo intense emozioni e ricordando al pubblico l’importanza di un ruolo attivo e partecipe, mai passivo.
L’artista racconta il jazz innumerevoli volte: nelle pietre, nei bronzi, nei disegni, nelle incisioni, addirittura sui gioielli creati per amici e familiari. Mai ripetendosi, ma sempre riuscendo a affermare la sua unicità e sensibilità, affinata con silenziosa coerenza e orgogliosa indipendenza anche indagando il jazz, espressione di un formidabile dinamismo che si esplica nel suono come nel ballo: ed è indubbiamente questo l’elemento in grado di esercitare sullo scultore un fascino irresistibile.
Le sue visioni del jazz spaziano dall’eterea e spirituale rivisitazione di una pittura, addirittura evanescente, alla concretezza e consistenza della scultura, comunque dimostrandosi un mezzo potente di espressione oltre a rappresentare un’ulteriore occasione per accostarsi e sorprendersi di fronte all’ingegno di questo poliedrico artista.
La musica non è un’arte fine a se stessa, ma comunica e si lega a mille altre forme espressive, come la pittura, la scultura. Aristotele argomentando asserisce come “la musica non va praticata per un unico tipo di beneficio che da essa può derivare, ma per usi molteplici, poiché può servire per l’educazione, per procurare la catarsi e in terzo luogo per ricreazione, il sollievo e il riposo dallo sforzo”.
Il jazz è arte e l’arte è jazz: arte figurativa e musica si sposano perché sono condizioni imprescindibili di cultura, ovvero presupposti per una crescita estetica. E non è di certo un caso che per entrambi i linguaggi valgano come ingredienti sostanziali la melodia, l’armonia e il ritmo.
Giansone quindi si immerge nella musica e le sue opere diventano espressione visiva della percezione sonora, ricevendo direttamente energia ed ispirazione dai suoni e dalle improvvisazioni, tipiche della musica jazz. Cattura la vivacità del gesto del musicista, i suoi movimenti e insieme la vita, l’essenza del suono. Le sue sculture, i suoi dipinti sono come un motivo jazz, unico, ma Giansone vince la sfida con quel carattere di effimero dell’improvvisazione: se all’ascoltatore sfugge l’attimo della creatività del musicista, questo è perso per sempre; invece per sempre il lampo creativo di Giansone resta impresso nella materia.
Visionario e lirico, l’artista in molte sculture sembra sfidare la forza di gravità: orchestrali e ballerini assumono una dimensione fluente e scivolosa che traduce l’ardire del movimento. Timbri e toni musicali si trasformano in luce e ombra, gli elementi che guidano l’occhio verso la percezione uditiva, melodia e armonia si traducono nel segno, a volte nel colore, il ritmo è reso nel restringersi o nel dilatarsi dello spazio.
Dalla ricerca iniziale, ancora venata di uno spirito figurativo, il nostro giunge a una sintesi suprema che afferma la sua abilità nel tradurre in forme, e a volte colori, l’energia dinamica che trova particolare esaltazione nelle sculture costruite lavorando il fil di ferro, e nei bronzi. Resta nell’osservatore la sorpresa e lo stupore di riuscire a capire i “duemila enigmi del jazz…nel tempo fatto di attimi” come canta Paolo Conte, attraverso l’arte figurativa e non a un concerto.
La visione delle opere che hanno come tema il jazz diventa l’occasione per partecipare a un’esperienza viscerale, ad entrare profondamente in sintonia con la straordinaria padronanza dell’energia e dello spazio che contraddistingue l’intero corpus di opere di Giansone, ma che forse proprio qui trova la sua più alta e nobile affermazione.
Marco Basso
Arazzi di luce
Sono solo sei i manufatti che raccontano l’incontro di Mario Giansone con l’Arazzeria
Scassa di Asti, incontro destinato a sperimentare una lavorazione a telaio, sul rovescio
della tela intessuta, che richiama i tappeti turcomanni Tulu, che non è da escludere gli
fossero noti.
La scelta di una tecnica artistica così singolare e complessa indubbiamente è
stata suggerita a Giansone dal suo interesse per la luce, elemento espressivo
essenziale al suo linguaggio artistico.
Ogni arazzo rappresenta la cronaca di un emozione vissuta dall’artista che sceglieva, con
scrupolosa perizia, soggetti tali da rappresentare su tela una precisa testimonianza del
Novecento.
La bellezza paesaggistica dell’arazzo Metamorfosi (del 1991), i temi a Lui cari della
tecnologia in Saldatore ai cantieri navali (del 1970), Alambicchi (del 1988) e Fuochi di
fonderia (del 1988), gli eventi che hanno segnato la storia contemporanea in Centrale
atomica (del 1970) e Mariner IV Lem (del 1991), costituiscono sei immagini dotate di forte
impatto emozionale per la loro unicità.
La particolarità di questi arazzi è che sono visibili soltanto dal rovescio poiché i fili della
tessitura sapientemente tagliati a diverse lunghezze sono l’elemento che caratterizza
l’innovazione tecnica, nella lavorazione a “telaio ad alto liccio”, voluta da Giansone.
A Giansone non interessava l’effetto del diritto filo teso, bensì proprio il groviglio di fili
lanosi che fuoriusciva dal retro dell’intreccio: una straordinaria intuizione tecnica in
grado di offrire alla vista dell’osservatore l’illusione del dinamismo, della
tridimensionalità e l’effetto cangiante del tono del colore che muta a secondo del
punto di osservazione in cui ci si pone e dell’intensità della luce che colpisce
l’arazzo stesso.
Queste opere d’arte tessili seguivano una fase di lavorazione meticolosa, guidata dalla
pazienza del tintore che preparava i colori dei filati, successivamente l’ordito, formato da 5
fili di cotone ogni 4cm di tessuto, si intrecciava con la trama dei fili di lana che
fuoriuscivano dal disegno ingrandito sul telaio, manovrato contemporaneamente da quattro
tessitrici.
Cinquecento ore di lavorazione al metro quadro era il tempo necessario per ottenere una
fedele riproduzione dell’immagine rappresentata.
Completata la fase di tessitura Giansone tagliava i fili sul retro della tela rovesciando il
principio del modo di guardare un quadro.
Ogni arazzo è costruito per essere osservato con differenti fonti di luce affinché si
modifichino gli effetti visivi dell’immagine rappresentata, sì da poter essere definiti
“Arazzi di luce”.
Osservando questi manufatti si nota che il colore dei filati di ogni arazzo esalta il principio
delle tonalità calde, dal giallo della fiamma ossidrica al rosso del ferro fuso, e delle tonalità
fredde, come quella della luce del cielo invernale e dell’oscurità più profonda di un
cantiere navale.
Sembra incredibile come pochi fili sollevati da un tessuto, allineati nel loro reticolo
cromatico, possano, allo spostarsi della fonte luminosa, cambiare del tutto la percezione
visiva: una vera e propria magia alchemica.
Monica Pontet
Si intitola “L’armonia nascosta” la mostra aperta fino al 25 maggio prossimo al Teatro di Palazzo Saluzzo Paesana in via Bligny 2, finalizzata alla riscoperta di Mario Giansone, artista torinese nato nel 1917, schivo, geniale e carismatico.
Si sentiva soprattutto scultore, ma è stato anche pittore prolifico, lasciando centinaia tra quadri e disegni; motivato e entusiasta insegnante, all’Istituto d’Arte Passoni dal 1955 al 1985, momento del pensionamento procrastinato il più possibile; rigoroso teorico, in particolare attraverso due fondamentali assunti, la teoria modulare e la teoria delle tangenti.
Il processo creativo di Giansone privilegia l’antico dialogo con la materia che conduce dall’informale al formale, attraverso una serie di decisioni irreversibili, delle quali ha lasciato ampia testimonianza nei disegni preparatori e in molte sue opere. Come Michelangelo, l’artista ideale è per lui lo scultore che sottrae materia: davanti al blocco di marmo o alla pietra più dura, la forza delle braccia guidata dalla creatività estrae la forma. Perciò il meticoloso lavoro di Giansone si esprime soprattutto attraverso la pietra e il marmo, anche se non disdegna il bronzo e passa attraverso quadri, disegni, incisioni e arazzi.
I temi che sente appartenergli in modo profondo e indaga sono: il jazz, espressione di un formidabile dinamismo che si esplica nel suono come nel ballo; la brutalità della guerra; l’ammirazione per le innovazioni tecnologiche del Novecento; la donna, intesa come espressione di delicato intimismo e di affetti; i gatti, colti con assoluta naturalezza. Un intimismo, quello di Giansone, che non di rado cede il passo ad un percorso verso la spiritualità e la trascendenza.
La sensibilità fuori dal comune determina spesso il bisogno dell’artista di raccontarsi a sé e agli altri. C’è chi lo fa attraverso una penna o una macchina fotografica, un palcoscenico o una cinepresa e c’è chi sceglie la semplice matita, un pennello e uno scalpello. Spesso questo bisogno si attenua; a volte addirittura svanisce quando ci si misura con le difficoltà del vivere; altre volte, invece, diventa un fuoco che arde sempre più intensamente e informa di sé tutta la vita. Essere posseduto da questo fuoco interiore non significa essere automaticamente riconosciuto come artista, ma indubbiamente ogni vero artista ne è divorato. “Lui più di tanti altri – racconta il professor Giuseppe Floridia, che ha seguito da vicino l’artista per oltre vent’anni ed è presidente dell’Associazione Archivio Storico Mario Giansone – rinunciando a ogni bene materiale e a ogni abbandono del vivere, con la sola eccezione della musica, per dedicarsi con frenesia alla creazione delle sue opere e all’esternazione del suo “capito”, difficile per molti da condividere sul piano spirituale o intellettuale, ma facilissimo da comprendere sul piano della visione materica della sua arte”.
Giansone non ha bisogno che qualcuno spieghi che cosa voglia dire e neppure necessita di storie mirabolanti o di un vissuto drammatico che motivi le sue opere.
A diciassette anni si diverte a ritrarre con spunti caricaturali i suoi insegnanti del liceo Artistico. A venti scolpisce teste nel marmo, riscoprendo le modalità esecutive dei modelli classici. Tecniche che, nel prosieguo della sua attività di scultore della pietra, del marmo e del legno, lo iscrivono nello sparuto gruppo degli scultori diretti, cioè di chi non si avvale di bozzetti né di modelli in gesso a grandezza naturale da riprodurre con un pantografo.
Indubbiamente è testimone della guerra: militare di truppa, riesce a evitare il fronte; dopo un breve corso diventa ufficiale, partecipa alla lotta partigiana, assiste a battaglie, deportazioni e fucilazioni che lasciano un segno indelebile nella sua anima e in molte sue opere e che gli fanno rigettare ogni passione ideologica o politica.
Subito dopo la guerra, alcuni amici medici gli permettono di frequentare le sale di anatomia dell’università: ne trae innumerevoli disegni con finalità didattiche e artistiche e per un certo periodo è prima assistente di Luigi Cibrario, insegnante di Anatomia all’Accademia Libera di Belle Arti di Torino, poi docente.
Fin dagli esordi, con le opere degli anni Cinquanta, precorre con originalità forme e temi che si ritrovano nei decenni successivi, rappresentando una voce autorevole nel dibattito sull’evoluzione del linguaggio artistico in Italia. Espone così alle Quadriennali di Torino e Roma: la Gam di Torino acquista due sue opere, la Rai gli commissiona una Santa Cecilia per l’Auditorium di Torino e quindi una grande scultura che rappresenta un concerto jazz per l’ingresso del grattacielo di via Cernaia.
Gli anni Sessanta coincidono con la fase più felice per la sua creatività e culminano con la prestigiosa mostra personale alla Galleria “La Bussola” di via Po 9, allora tra le più considerate in Europa. Quello che doveva essere il momento dell’affermazione definitiva, diventa l’inizio di una parabola discendente che lo relega nell’oblio. In occasione della personale viene pubblicato un catalogo corredato del testo di uno dei massimi critici italiani di scultura: Giuseppe Marchiori. Giansone però non ne condivide il contenuto e a poche ore dell’inaugurazione acclude nel volume un foglio scritto di suo pugno e firmato in cui conclude che il critico non ha compreso il suo lavoro. Ma il secondo “incidente” ben più grave è quando Peggy Guggenheim in visita all’esposizione, dopo essersi sperticata in complimenti, richiede due opere per la sua collezione: puntualmente Giansone gliele nega commentando che lui non regala niente a nessuno. A questo punto galleristi e collezionisti lo scaricano, bollandolo come personaggio scomodo: per le sue posizioni assolutamente fuori dal coro costituiva una mina vagante, non allineato a un sistema dell’arte che sempre più diventava un mezzo per incrementare il personale tornaconto economico.
Questo non frena Giansone che dedica quasi dieci anni della sua vita a una scultura formata da un blocco centrale di pietra, circondato da ventidue blocchi di marmi e pietre diverse, che chiamerà “Opera omnia”, poiché costituisce la sintesi del suo pensiero filosofico e artistico. Ma indubbiamente venire escluso dalla vita artistica e sentirsi abbandonato proprio da chi lo aveva in un primo tempo incoraggiato e accolto, lo fanno sentire solo e rifiutato. Giunge alla disperazione: si salva perché si getta a capofitto nell’insegnamento (Plastica e poi Disegno dal vero) trovando nelle sue allieve chi apprezza senza remore il suo lavoro e poi perché si affida a una medium, la signora Chiesa. Era la madre di uno dei migliori fotografi torinesi che, con Aschieri, fotografò tutta la sua opera; lei lo mette in contatto con l’aldilà, e gli fa trovare uno spirito guida, che a detta di Giansone, gli sconsigliò sempre di esporre ogni qualvolta era in procinto di inaugurare una propria mostra.
Muore l’8 gennaio del 1997, nella spasmodica attesa di un’occasione per il suo definitivo riscatto, occasione che sembra poter arrivare solo ora, con la mostra al Teatro e all’appartamento nobile di Palazzo Saluzzo Paesana.
Marco Basso
L’Associazione Archivio Storico Mario Giansone è stata sostituita in tutte le sue attività dalla Fondazione Mario Giansone ETS e di conseguenza trasformata in essa
Ecco un testo unico e coerente che integra e sintetizza tutte le informazioni, le testimonianze e gli approfondimenti critici contenuti nei documenti della cartella, offrendo un ritratto completo della vita, dell’arte e della complessa personalità di Mario Giansone.
L’Armonia Nascosta: Il Genio Poliedrico di Mario Giansone
Introduzione e la Filosofia della Materia
Di tanto in tanto nasce un uomo divorato da un bisogno viscerale di raccontarsi a se stesso e agli altri attraverso l’arte. Per Mario Giansone (Torino, 26 Gen 1915 – 08 Gen 1997) questo bisogno interiore è stato un fuoco incessante che ha informato tutta la sua vita, spingendolo a rinunciare ai beni materiali e ai piaceri più effimeri dell’esistenza per dedicarsi interamente alla creazione.
Considerato uno dei maggiori scultori italiani del Novecento, sebbene a lungo ingiustamente dimenticato, Giansone è stato una figura artistica fuori dagli schemi: scultore puro, ma anche pittore prolifico, grafico, orafo e rigoroso teorico dell’arte. Il suo processo creativo si fondava su un antico e strenuo dialogo con la materia, vissuto come un percorso irreversibile che conduceva dall’informale al formale. Come Michelangelo, Giansone concepiva la scultura come l’arte del sottrarre: estrarre la forma dalla pietra dura o dal marmo attraverso la pura forza delle braccia guidata dall’intelletto. Questa dedizione lo ha inserito nel ristretto gruppo degli “scultori diretti”, capaci di scolpire senza l’ausilio di bozzetti preliminari o modelli in gesso a grandezza naturale.
Il Profilo Biografico, Formazione e Insegnamento
Nato e cresciuto a Torino, Giansone si diploma al Liceo Artistico nel 1935. Successivamente frequenta l’atelier di Michele Guerrisi all’Accademia Albertina, seguendone le lezioni di storia dell’arte, e collabora come assistente di Luigi Cibrario, docente di Anatomia presso l’Accademia Libera di Belle Arti. Tra il 1946 e il 1948 ricopre lui stesso la cattedra di Anatomia nella medesima accademia.
La Seconda Guerra Mondiale segna profondamente la sua esperienza: arruolato come militare di truppa, riesce a evitare il fronte e diventa ufficiale, partecipando attivamente alla lotta partigiana. Gli orrori di battaglie, deportazioni e fucilazioni a cui assiste lasciano una cicatrice indelebile nella sua anima e si rifletteranno in molte opere successive, determinando il suo totale rifiuto per qualsiasi ideologia o passione politica. Subito dopo il conflitto, grazie ad amici medici, frequenta le sale anatomiche dell’università, traendone innumerevoli disegni con finalità sia didattiche sia artistiche.
Oltre alla sua statura di artista, Giansone è ricordato come un insegnante straordinario, carismatico e severo. Dal 1956 al 1985 dedica gran parte delle sue energie all’Istituto Statale d’Arte di Torino (diretto da Italo Cremona), dove insegna Plastica, Ornato, Figura modellata, Disegno dal vero ed Educazione visiva, ricoprendo anche la carica di vicepreside dal 1962 al 1975. Alle sue allieve e ai suoi studenti Giansone non trasmetteva solo nozioni tecniche, ma insegnava a osservare oltre la realtà oggettiva, a mettere in relazione i pieni e i vuoti, a diffidare degli stereotipi e a mantenere una coerenza formale assoluta, persino nel look personale.
L’Universo Tematico e la Ricerca Metodologica
La produzione di Giansone, sviluppatasi con sorprendente anticipazione formale già negli anni ’50 e ’60, si articola attorno ad alcuni grandi temi ricorrenti indagati con ostinata coerenza:
- La Donna: Rappresentata sia nella sua dimensione di affetto e materna dolcezza, sia come figura misteriosa ed elegante (es. La grande madre o La donna dei cani).
- La Tecnologia e la Modernità: Affascinato dal progresso del Novecento, scolpisce aerei, navi, fonderie, cantieri navali e strade trafficate (es. il porfido Jet americano in volo).
- I Gatti: Colti con assoluta naturalezza nelle loro linee sinuose (es. le celebri sculture Gatto rosso in porfido e Gatto nero in serpentino).
- La Brutalità della Guerra: Espressa attraverso composizioni drammatiche e spigolose (es. la pietra Fucilazione).
Da un punto di vista metodologico, la sua arte era sorretta da rigorosi assunti teorici formulati nei testi La Teoria modulare e La Teoria delle tangenti. Le tangenti erano intese come linee di forza capaci di strutturare e modellare i volumi, morendo nel punto esatto in cui avevano origine. La sua ricerca si concentrava sulla perfetta compenetrazione tra vuoti e pieni e sul principio genetico delle forme, traducendo concetti grafici e volumetrici in strutture in costante evoluzione visiva grazie al direzionamento di luci e ombre. La sintesi massima del suo pensiero filosofico e artistico è racchiusa nell’“Opera omnia”, un lavoro titanico durato quasi dieci anni, composto da un blocco centrale di pietra circondato da ventidue blocchi di marmi e pietre differenti.
Il Jazz e il Movimento: Quando l’Arte è Musica
Il jazz rappresenta senza dubbio uno dei vertici emotivi e formali della produzione di Giansone. Lo scultore vedeva nei grandi musicisti jazz degli spiriti liberi affini al suo, capaci di fondere l’immediatezza dell’improvvisazione con una tecnica rigorosa affinata con lo studio. Giansone accetta e vince la sfida contro il carattere effimero della musica: se l’assolo del musicista svanisce nel momento stesso in cui viene eseguito, il lampo creativo dell’artista resta impresso per sempre nella materia.
Il jazz viene raccontato infinite volte nelle pietre, nei bronzi, nei disegni, nelle incisioni e persino nei gioielli. Orchestrali e ballerini sfidano la forza di gravità assumendo dimensioni fluide che traducono visivamente il ritmo e l’energia dinamica, in particolare nelle celebri sculture realizzate intrecciando fil di ferro e nei bronzi commissionati per importanti spazi pubblici (come i Suonatori di Jazz realizzati per il Grattacielo RAI di via Cernaia a Torino). Timbri e toni musicali diventano luce e ombra, alternando vuoti e pieni che richiedono un ruolo attivo e partecipe da parte dello spettatore.
Gli Arazzi di Luce: L’Innovazione Tessile
Nelle sue sperimentazioni più tarde, Giansone incontra l’Arazzeria Scassa di Asti, un sodalizio che dà vita a soli sei straordinari manufatti tessili. Queste opere – tra cui Metamorfosi (1991), Saldatore ai cantieri navali (1970) e Centrale atomica (1970) – rappresentano la cronaca di emozioni vissute e precise testimonianze storiche del Novecento.
L’innovazione tecnica rivoluzionaria introdotta da Giansone consiste nel rovesciare completamente il modo tradizionale di guardare un quadro. Rifiutando l’effetto del diritto a filo teso, l’artista lavora sul rovescio della tela intessuta a “telaio ad alto liccio”, sfruttando un groviglio di fili di lana sapientemente tagliati a diverse lunghezze, richiamando la tecnica dei tappeti turcomanni Tulu. La lavorazione era meticolosa e complessa: richiedeva cinquecento ore di lavoro per metro quadro e l’opera contemporanea di quattro tessitrici. I filati esaltavano il contrasto tra tonalità calde (il giallo della fiamma, il rosso del ferro fuso) e fredde (la luce invernale, l’oscurità del cantiere). Definiti “Arazzi di luce”, questi manufatti sono strutturati per cambiare mutamento cromatico, percezione tridimensionale ed effetto dinamico in base allo spostamento e all’intensità della fonte luminosa, operando una vera e propria magia alchemica.
Il Successo degli Anni ’60, l’Incidente con Peggy Guggenheim e il Declino
La parabola artistica di Giansone tocca il suo culmine e, paradossalmente, il suo punto di rottura nell’autunno del 1965. Fino ad allora l’artista aveva esposto con successo crescente alle Quadriennali di Torino e Roma, e la Galleria Civica d’Arte Moderna (GAM) aveva acquistato alcune sue sculture. Nell’ottobre del 1965 viene inaugurata la sua prima e unica grande mostra personale monografica presso la prestigiosa Galleria “La Bussola” di Torino. Per l’occasione viene stampato un curato catalogo con la presentazione di uno dei massimi critici del tempo, Giuseppe Marchiori, introdotto all’artista dall’editore Ezio Gribaudo.
La mostra riscuote un’accoglienza tiepida sui quotidiani locali e Giansone, non condividendo l’analisi critica di Marchiori, inserisce polemicamente nel volume un foglio scritto di suo pugno in cui dichiara che il critico non ha compreso il suo lavoro. Il vero “incidente” avviene però quando la celebre collezionista Peggy Guggenheim, in visita alla mostra, rimane folgorata dalla cancellata degli Ideogrammi plastici dedicati al jazz e chiede di avere due opere per la sua collezione di Venezia. Giansone, fedele a un carattere spigoloso e per nulla propenso ai compromessi mercantili, rifiuta l’offerta dichiarando che lui “non regala niente a nessuno”. Poco dopo, rifiuta anche l’invito ufficiale alla Biennale di Venezia del 1966 perché non accetta di essere rappresentato da poche opere.
Questo atteggiamento fiero ma intransigente spinge galleristi, collezionisti e critici a isolarlo, bollandolo come un personaggio scomodo e non allineato alle logiche economiche del sistema dell’arte. Da quel momento, Giansone si ritira progressivamente dalle scene pubbliche, limitandosi a rarissime comparse collettive e trincerandosi in una solitudine interiore ed espressiva.
Un’Ipotesi Suggestiva: “La Donna della Domenica”
Tra le sculture esposte alla Bussola nel 1965 vi era un’opera di indubbio magnetismo, realizzata in marmo rosa del Portogallo e onice nero, raffigurante una donna spavalda con un cappello a falda larga ripiegata all’insù e grandi occhiali scuri a nasconderne lo sguardo. L’opera recava il titolo La donna della domenica.
Una suggestiva ricostruzione storica a firma di Carlotta Fruttero ipotizza che proprio in quei giorni di fine ottobre del 1965 i celebri scrittori Carlo Fruttero e Franco Lucentini, che frequentavano il quartiere alla ricerca di spunti per un thriller ambientato a Torino, si fossero spinti all’interno della galleria. Trovandosi di fronte a quella scultura misteriosa, i due letterati avrebbero avuto l’illuminazione decisiva, adottando il titolo dell’opera di Giansone per il loro primo romanzo scritto a quattro mani, uscito poi nel 1972 con clamoroso successo. Sebbene non vi sia la certezza matematica del loro incontro, diversi elementi del romanzo ricalcano l’ambiente della galleria e la figura del critico d’arte, e alcune storiche copertine dell’edizione tascabile del libro riportano proprio l’immagine di una donna con il cappello a falda larga ripiegata all’insù.
L’Uomo Mefistofelico, l’Esoterismo e il Riscatto Postumo
Negli ultimi anni della sua vita, Mario Giansone appare come un uomo drammaticamente solo, dall’aspetto quasi mefistofelico e “dark”: corporatura snella, lineamenti affilati, sguardo penetrante da falco e abiti rigorosamente scuri o giacche in pelle nera. Consapevole del proprio genio e ferito dall’ostracismo della sua città, l’artista sviluppa un profondo interesse per la parapsicologia, le scienze occulte e lo spiritismo, un tratto fortemente radicato nella Torino “magica” di Gustavo Rol.
Attraverso la mediazione di una medium, la signora Chiesa, Giansone si convince di essere in contatto con un proprio “spirito guida” ultraterreno, il quale, paradossalmente, gli sconsigliava sistematicamente di esporre ogni qualvolta si presentava l’occasione di una mostra. Amareggiato dall’isolamento, Giansone inizia nell’ultimo periodo a dipingere con chine e tempere su pannelli di pioppo, definendola una nuova avventura.
L’8 Gennaio 1997 l’artista si spegne in solitudine. Nei mesi successivi la sua scomparsa, la Civica Galleria d’Arte Contemporanea «Filippo Scroppo» di Torre Pellice gli rende omaggio con una grande rassegna monografica curata da Piergiorgio Dragone, esponendo 145 opere e raccogliendo le memorie di chi lo aveva amato. Oggi, l’attività dell’Associazione Archivio Storico Mario Giansone e le mostre a lui dedicate lavorano per restituire il giusto risarcimento critico e museale alla memoria di una meteora geniale e anticonformista del Novecento italiano.
Mario Giansone, raccontato da una Sua allieva
Mario Giansone: statura media, taglia 46 slim, volto affilato, pelle olivastra, lineamenti da medioorientale, sguardo penetrante da falco che osserva e contemporaneamente legge l’anima del soggetto. Vestito di aderenti completi scuri, quasi da anticipatore dark: spesso giacca in pelle nera, look rigorosamente coerente. Aspetto inquietante di chi vuole catturare e conoscere tutto della vita, ma che predilige la morte. Personalità intrigante, poliedrica e piena di interessi: la medicina, l’anatomia, le scienze occulte, la parapsicologia, il jazz, la guerra, le macchine da guerra, gli esseri viventi… Tutti divenuti soggetto delle sue opere grafiche, pittoriche e soprattutto scultoree.
Disprezzava genericamente gli esseri umani, in particolare quella fetta di umanità ottusa (compresi mecenati, critici d’arte e colleghi) che, per lo più, non sono stati in grado di riconoscerne anticipazioni, intuizioni e grandezza. Lui per primo non è stato capace mai di essere un buon mercante di se stesso, difficile dire se per indole o per scelta, ma sicuramente è stato consapevole di essere un vero genio e dunque abitante in un iperuranio lontano dal nostro mondo.
Osservando le sue opere, si può riconoscere e definire il suo concetto di estetica, configurato nella ricerca ed applicazione di una esasperata coerenza formale. Vuoti e pieni si incastrano alla perfezione, generando un diverso ideale e tuttavia formalmente sempre coerente.
Allo stesso modo luce e ombra, diversamente direzionate, consentono visualizzazioni trasformate delle sue opere che sembrano in costante evoluzione. Non sono semplici negativi o positivi fotografici, ma opere grafiche pittoriche e volumetriche impressionanti per la loro corrispondenza formale. E poi, ancora, i suoi rilevanti studi sulla teoria delle tangenti, linee di forza che strutturano e modellano ogni forma e che muoiono nel punto in cui hanno origine.
È stato, per me e tanti altri, un grande maestro. Ci ha insegnato ad osservare oltre la realtà oggettiva; a trasferire graficamente l’osservato; a relazionare gli spazi vuoti con i pieni, a confrontarli per scoprirne coerenze formali e proporzioni; a diffidare della convenzionalità e degli stereotipi; a cercare una coerenza formale anche nel look personale; e, infine, ad essere sempre diretti e non scendere a compromessi, anche a costo dell’insuccesso.
Era un uomo mefistofelico, solitario, ma soprattutto drammaticamente solo.
Cosetta Zanconato
PREFAZIONE
Di tanto in tanto nasce un uomo divorato da un bisogno di raccontarsi a se stesso e agli altri facendo uso di una penna o di una matita, un pennello, uno scalpello, una macchina fotografica, un palcoscenico o una cinepresa. A volte, molto spesso, questo bisogno si attenua e svanisce nel misurarsi con le difficoltà del vivere; altre volte, invece, diventa un fuoco che arde sempre più intensamente e informa di sé tutta la vita. Essere posseduto da questo fuoco interiore non significa essere un artista, ma ogni vero artista ne è divorato. Giansone ne è stato divorato più di moltissimi altri, rinunciando a ogni bene materiale e a ogni abbandono del vivere, con la sola eccezione della musica, per dedicarsi con frenesia alla creazione delle sue opere e all’esternazione del suo “capito”, difficile per molti da condividere sul piano spirituale o intellettuale, ma facilissimo da comprendere sul piano della visione materica della sua arte.
Giansone non ha bisogno che qualcuno spieghi che cosa volesse dire con una sua creazione e neppure della incredibile storia di un vissuto drammatico che ha motivato le sue opere
A diciassette anni, si diverte a ritrarre con spunti caricaturali i suoi insegnanti e i suoi conoscenti. A venti, scolpisce teste nel marmo, riscoprendo le modalità esecutive dei modelli romani e rinascimentali. Tali tecniche, nel prosieguo della sua attività di scultore della pietra, del marmo e del legno, lo faranno iscrivere nello sparuto gruppo degli scultori diretti, cioè di quelli che non si avvalgono di bozzetti o ancor più spesso di modelli in gesso a grandezza naturale da riprodurre con un pantografo, un tempo, o con una fresa o una stampante, oggi.
Durante la guerra partecipa alla lotta partigiana assistendo a battaglie, deportazioni e fucilazioni, che lasciano un segno indelebile nella sua anima e in moltissime sue opere e che gli fanno rigettare ogni passione ideologica o politica.
Subito dopo la guerra, alcuni suoi amici medici gli consentono di frequentare le sale di anatomia dell’università e ne trae innumerevoli disegni con finalità didattiche e artistiche.
Con i suoi disegni degli anni cinquanta e sessanta precorre temi e forme che si ritroveranno nell’arte dei decenni successivi.
Ama le donne e le rappresenta ammantate di materna dolcezza anche quando sono fuggevoli compagne di un momento. E’ affascinato dalla modernità e scolpisce aerei, navi, automobili, fonderie, cantieri navali e strade piene di traffico.
Dedica quasi dieci anni della sua vita a una scultura formata da un blocco centrale di pietra, circondato da ventidue blocchi di marmi e pietre diverse, che chiamerà “Opera omnia”, poiché costituisce la sintesi del suo pensiero filosofico e artistico.
Negli ultimi anni della sua vita inizia a dipingere con chine e tempere su pannelli di pioppo, dicendo che iniziava una nuova avventura.
Oltre che un grande artista, Mario Giansone è stato anche un grande insegnante, come ricordano tutte le allieve e i colleghi che, con entusiasmo, hanno partecipato alla realizzazione di questa mostra, voluta dall’Associazione Archivio Storico Mario Giansone e patrocinata dal Comune di Torino, che si propone come un omaggio e un piccolo risarcimento per l’oblio, come abbandono del pensiero e del sentimento, da parte della sua città.
Questa iniziativa non sarebbe stata possibile senza la generosa dedizione dei curatori Marco Basso e Guido Curto, l’allestimento dello Studio di Architettura Vairano e la preziosa collaborazione di Enrico Debandi e Gabriele Ferrarotti.
Hanno scritto di Giansone, per amicizia e stima, Armando Audoli, Marco Basso, Guido Curto, Enrico Debandi, Giuseppe Luigi Marini, Angelo Mistrangelo e Monica Pontet.
Giansone, uomo e artista misterioso
Personalità artistica prepotente e suggestiva, Giansone, durante la sua lunga vita (Torino, 26 gennaio 1915 – 8 gennaio 1997), era stato estremamente schivo nei confronti dell’esterno. Aveva esordito alle pubbliche rassegne nel 1941, quando il suo bronzo Negro azzannato da un leone lo aveva rappresentato sia alla tredicesima mostra torinese del Sindacato Regionale Fascista alla Promotrice che, con titolo appena variato (Moretto azzannato dal leone), alla terza mostra milanese del Sindacato Nazionale Fascista, insieme a Ritratto in bronzo nella sezione «Medaglie». Dopo la parentesi bellica, l’artista si ripresenta a una collettiva nel 1953, all’Esposizione Nazionale di Arti Figurative della Società Promotrice delle Belle Arti torinese, con una Scultura in pietra per fontana. Nel 1954, alla 111a rassegna della Promotrice di Torino, Giansone ha l’opportunità di una prima personale di 17 opere (insieme ad altri quattro scultori: Sandro Cherchi, Franco Garelli, Gaetano Orsolini e Roberto Terracini) e vi presenta una Pietà lignea, una Scultura proprietà della Biblioteca, uno Studio di testa e una Statua; la Faraona in marmo nero. In pietra: Scultura, Rilievo (Amanti, proprietà della Galleria Civica d’Arte Moderna di Torino); Leone con capriolo; quattro studi di genesi plastica (compresi quelli per la Faraona di marmo e per la Pietà) e altri disegni.
Due anni più tardi, nel 1956, partecipa alla settima Mostra d’Arte Moderna di Torre Pellice, e a Torino, nel maggio 1958, ritorna alla Promotrice, 115a Esposizione Nazionale in Palazzo Chiablese con Vecchi studi in pietra e una Scultura in legno. Dal dicembre dell’anno successivo l’artista presenta all’ottava Quadriennale Nazionale d’Arte di Roma la pietra Circo a due dimensioni; a fine primavera 1960 partecipa all’esposizione nazionale della Società Promotrice al parco del Valentino con due sculture dall’identico soggetto, Gatto rosso e Gatto nero, una in porfido, l’altra in serpentino.
La sua prima mostra e l’unica grande personale monografica è allestita nell’autunno 1965 alla Galleria La Bussola in via Po a Torino, nel mezzo secolo esatto di vita dell’artista.
La grandiosa personale comprendeva, oltre una ventina di sculture in pietra e assai più in legno (con l’aggiunta di altrettante stampe da esse tratte, grandi matrici per xilografie), una dozzina di disegni «modulari» e una ventina di piccoli bronzi sul tema del jazz, distribuiti su un reticolo di tubolari di ferro,
La mostra offriva i raggiungimenti intellettuali ed espressivi di Giansone non consentendo, tuttavia, di documentarne l’evoluzione cronologica; bensì solo il provvisorio traguardo di un lungo percorso creativo, sostanzialmente escludendo il «trascorso» dell’artista per fare il punto sulle conclusioni ultime di una ricerca e di una sperimentazione sofferta, meditata e necessaria a meglio giustificare la sorpresa del presente e indispensabile, forse, a guidare nel giusto senso (per esso intendendo il complesso pensiero dell’autore) la comprensione visiva e poetica dei visitatori.
Per l’esposizione, recensita tuttavia in maniera abbastanza tiepida sui quotidiani torinesi (Angelo Dragone su «Stampa Sera», Marziano Bernardi su «La Stampa», Paolo Fossati su «L’Unità» e Luigi Carluccio su «La Gazzetta del Popolo»), fu pubblicato uno splendido e assai curato volume-catalogo, della cui impostazione e grafica si occupò personalmente Giansone, che si avvalse – pur nella sua quasi assoluta diffidenza verso chiunque ritenendosi osteggiato e incompreso in particolare dall’ambiente torinese – dei consigli e delle esortazioni di Ezio Gribaudo, in qualità di direttore delle Edizioni d’Arte dei Fratelli Pozzo. Fu lo stesso Gribaudo a fargli il nome di un critico d’arte particolarmente sensibile all’espressione plastica: Giuseppe Marchiori che, vista la produzione plastica e l’evidente temperamento dello scultore, non si limitò a scrivere quella «presentazione», ma lo fece subito invitare alla Biennale di Venezia del 1966: opportunità non sfruttata, giacché Giansone non intese accettare di esservi rappresentato solo da qualche opera.
Del pari non seppe o non volle cogliere la concreta possibilità di approdare alla prestigiosa vetrina della veneziana Collezione Guggenheim, perché non si sarebbe trattato di una vendita ma di un omaggio, a titolo gratuito. Altre personali Giansone non ne fece, sempre più impegnato nella ricerca e nella sperimentazione, gratificato forse dalle proprie certezze e per nulla interessato a verifiche pubbliche, confronti e giudizi. L’artista finì per isolarsi nel proprio lavoro, limitando le occasioni espositive ad assai sporadiche comparse: alla Quadriennale torinese del 1968, alla rassegna d’arte moderna nel Foyer del Teatro Regio, sempre di Torino, organizzata dal Goethe Institut nel 1974 e a due collettive del 1988 (Torino) e del 1995 (Collegno).
Fare scultura. Per Giansone era un lusso assai costoso: acquisto di legni pregiati, scelte sofisticate di pietre e di marmi, le fusioni in bronzo, la manodopera per i trasporti e gli spostamenti nell’atelier, i locali che ospitavano le sue opere; non ultimo, l’esigenza di studio e di ricerca dei propri lavori che affidava alla fotografia (sino a una dozzina di scatti diversi per ogni soggetto), servendosi di fotografi di professione di grande talento quali Francesco Aschieri, Elirio Invernizzi e Roberto Chiesa.
Benché potesse contare sull’aiuto costante del fratello, l’unica fonte certa di reddito proprio era lo stipendio d’insegnante (dal 1946 al 1948 di Anatomia all’Accademia Libera di Belle Arti di Torino; dal 1956, anno di fondazione, al 1985, data del pensionamento, di Ornato e di Figura modellata prima, di Disegno dal vero e di Educazione visiva poi, all’Istituto Statale d’Arte diretto da Italo Cremona).
Qualche riconoscimento pratico per i suoi lavori lo ebbe in incontri favoriti dalla presentazione a collezionisti importanti e facoltosi da parte di amici ed estimatori e poté così alienare bene alcune opere, comprese quelle acquistate dalla SAI. Caratterialmente però, potendolo, Giansone avrebbe preferito tenere tutto per sé e ogni vendita finiva col risolversi in un duraturo rammarico.
Quando lo scultore lasciò questo mondo, l’8 gennaio 1997, a due settimane dall’ottantaduesimo compleanno, quasi nessuno se ne accorse, ad eccezione di Marco Rosci, sebbene tardivamente, su «La Stampa» del 20 gennaio.
Dopo un piccolo omaggio marginale nella sua città natale, dal 24 luglio al 24 agosto 1997 nella mostra alla Fondazione Italiana per la Fotografia con alcuni ritratti fotografici di Giansone, accanto a sue creazioni e a oltre una settantina di foto su una decina di soggetti, fu la Civica Galleria d’Arte Contemporanea «Filippo Scroppo» di Torre Pellice a sanzionare il sino a oggi maggior evento celebrativo, dal 27 luglio al 28 settembre 1997, con la rassegna monografica «Mario Giansone scultore» a cura di Piergiorgio Dragone: 145 numeri di catalogo che documentavano tutti i soggetti e le tecniche esecutive, oltre che delle sculture, di tempere, chine ecc., insieme a cinque libri fotografici confezionati dall’autore.
La 155a rassegna della Promotrice torinese, infine, nel settembre dello stesso anno, concluse la serie delle celebrazioni giansoniane ospitando il porfido Il circo a due dimensioni, 1955, l’onice e ferro Donna con cani, della metà anni Settanta, il granito rosso di Svezia Molteplicità univoca delle identità, 1987.
Dal 18 dicembre 2015, anno centenario della nascita di Mario Giansone – e sino al 15 gennaio 2016 – una recente postuma ne ha illustrato la complessa personalità di artista e di maestro a Torino, proprio nei locali di via della Rocca, ora Liceo Artistico «Aldo Passoni», in cui aveva trascorso buona parte dell’esistenza.
Giansone, non solo scultore di profonda originalità e di elevatissima capacità tecnica; insieme pittore, grafico e orafo straordinario – e come non ricordare anche le sperimentazioni tarde sull’arazzo, con variazioni di effetto, di colore e di materia a seconda dell’illuminazione? – dopo la personale alla Bussola era pressoché scomparso dalle cronache artistiche per rifugiarsi progressivamente nella solitudine, nell’isolamento di un mondo tutto suo e solo a proprio agio nell’insegnamento, ancorché tante volte ricordato dagli allievi, che lo amavano, come catturante, fascinoso, suggestivo, ma sempre più ermetico e intellettualmente inavvicinabile.
Uomo difficile, quindi, e tanto più quanto maggiormente e progressivamente attratto dalle curiosità e dalle esperienze misteriose del paranormale, dello spiritismo e dell’ultraterreno, nella speranza di trovarvi le gratificazioni che gli erano mancate. Il ricordo di quanti lo conobbero e frequentarono verte sovente sulle sedute spiritiche e gli incontri medianici con i trapassati, le «interrogazioni» allo «spirito guida» et similia: un vezzo radicato e molto «torinese», della «città magica» e delle sorprendenti quanto ben note doti di Gustavo Rol.
Progressivamente, negli ultimi anni di vita, l’artista, amareggiato dall’isolamento a cui si sentiva condannato (ma in cui si era voluto egli stesso trincerare), nella propria ricerca di «ultraterreno» parve sottrarsi completamente, o quasi, al proprio tempo, al di fuori della realtà contingente. È evidente come le insistenti domande a chi è «senza forma», se l’anima una forma l’avesse, si arenassero nei meandri dell’incomprensione. Il suo frequentare le sedute spiritiche rappresentava un’impossibile fuga verso un mondo misterioso, tentante e «alternativo» a quello reale.
Giuseppe Luigi Marini
MARIO GIANSONE | MEMORIE DI GUERRA
22-30 GENNAIO 2020 | NH COLLECTION – TORINO
Le ragioni di una mostra e di un convegno
La Storia dell’Arte trova spesso le ragioni di una mostra in quelle sottolineature estetiche che rispondono alla domanda di un pubblico già per sua natura pronto, o reso pronto da processi indotti di meta-comunicazione che spingono all’accoglienza acritica del grande nome o del grande movimento ormai codificato come tale dalla prospettiva storica con la quale lo si analizza. Nel caso di Mario Giansone la stessa Storia dell’Arte è costretta a una revisione metodologica che le impone di abbandonare i presupposti fondamentali della propria disciplina: fonti, consequenzialità cronologica e contesto.
Nato nel 1915 a Torino, Mario Giansone resta una figura tanto emblematica di quella vocazione all’universalità di ascendenza rinascimentale che accompagna la solitudine del genio fino alle vette altissime dell’opera d’arte totale wagneriana, quanto poco nota nonostante l’impressionante lascito di opere depositato ancora nei locali di Via Messina attigui allo studio dell’Artista. Scultore, pittore, incisore, orafo sublime, dispensatore di faville creative durante le ore di docenza prima presso l’Accademia Libera di Belle Arti e poi presso l’Istituto Statale d’Arte, Giansone dichiara apertamente guerra alla Storia dell’Arte, o meglio, alla storicizzazione dell’Arte, attraverso le sue opere, rarissimamente datate, realizzate esplorando parallelamente materiali e tecniche differenti, fino a raggiungere tensioni stilistiche a tratti divergenti e rivelatrici di una sorta di multiverso interiore abitato fino alle sue più profonde viscere. La scultura è la summa potente e assoluta di tutte le spinte creative che guidano l’intera vicenda artistica e umana di Giansone, la fascinazione postfuturista per il progresso, la scienza e la tecnologia che si manifesta nel corpo a corpo possente con legni e marmi indomabili, si alterna ai morbidi tratti profilati a pennello che accompagnano la figura del corpo femminile risolta in una linea curva che tende all’infinita profondità della superficie della pittura. Giansone, ambasciatore di un titanismo superbo e possente, è capace di farsi inquieto e perturbante nei pochi tratti a china e a tempera dai quali emergono le visioni impressive di una serie di opere realizzate all’inizio degli anni ’50 sulla Guerra in cui sprofonda il mondo, l’Europa, l’Italia, il Piemonte, Torino, anch’essa inghiottita dal dramma della Shoah tra il ’43 e il ‘45. È questa la serie di lavori scelta per il focus che verrà presentato presso gli spazi dell’NH Collection Carlina nell’ambito delle iniziative per il Giorno della Memoria, che colloca l’Artista, forse suo malgrado, in dialogo con la Storia, un dialogo filtrato dalla memoria che schiaccia scientemente le immagini su una prospettiva sfuggente, tesa su linee oblique che ne esasperano la presenza pur nel ripidissimo scivolare delle immagini nella retorica del rapporto fra segno pittorico e vuoto.
Marzia Capannolo è Storica dell’Arte e Art Advisor per collezionisti e investitori in arte, collabora con riviste specializzate in arte e cultura e cura progetti espositivi di arte moderna e contemporanea. Dal 2010 conduce conferenze e cicli di incontri tematici nell’ambito della divulgazione scientifica della Storia dell’Arte e è curatrice della Galleria Gliacrobati di Torino specializzata in Art Brut e Outsider Art. Dal 2004 al 2008 ha diretto il dipartimento di arte Moderna e Contemporanea della Casa D’Aste Babuino di Roma; tra le pubblicazioni principali segnaliamo:
Cultura un’Impresa. Arte e Artigianato come motore di sviluppo per l’Impresa della Cultura, Erga Edizioni, Genova 2012.
Renato Javarone (1894 – 1960) Tra classicismo e modernità, Erga Edizioni, Genova 2011.
Bibliografia:
La Bussola, Torino, Giansone, Testo critico di Giuseppe Marchiori, 1965
Bibliografia:
Palazzo delle Feste, Bardonecchia, Lezione di scultura- Mario Giansone, cura di Maria Luisa Moncassoli Tibone, 2005
Bibliografia:
Provincia di Torino, La Scultura Segreta, a cura di Pietro Mantovani, 2001
Palazzo Saluzzo Paesana di Torino, L’armonia nascosta, Catalogo, Giansone, Adarte, 2016
Bibliografia:
Civica Galleria d’Arte Contemporanea «Filippo Scroppo» di Torre Pellice, Mario Giansone scultore, mostra e catalogo a cura di Piergiorgio Dragone, 1997 Franco Masoero Edizioni d’Arte – Torino.
Varcare il portone dell’associazione Mario Giansone ci permette di entrare nel mondo di uno dei più grandi scultori italiani, fra i più prolifici e geniali. L’associazione archivio storico è nata per promuovere la conoscenza dell’opera e la sua catalogazione nonché per la difesa della sua opera e della sua memoria. Il luogo che la ospita, non è un luogo scelto a caso, infatti è stato per molti anni, fino alla sua fine, lo studio dell’artista. Come non a caso si trova in una zona di rivenditori di pietre e marmi, fra le materie prime preferite dal maestro scultore che a differenza di molti artisti a lui contemporanei che modellano con l’aiuto di stampi, Giansone dava forma alla materia scolpendola con scalpello e martello. Le opere di Mario Giansone non sono mai uguali, non ripete mai un soggetto come spesso accade nell’arte contemporanea, ogni sua opera ha un soggetto diverso che equivale a un pensiero o un’emozione derivante dalla sua vita e dal mondo in cui lui viveva. Nelle tre sale dell’associazione Mario Giansone troviamo le sculture in pietra che costituiscono il cuore della sua arte (graniti, pietre di fiume, pietre di Luserna, onice e marmo), le sculture in legno, prevalentemente legni duri in cui venivano scolpiti scene di guerra, concerti, danzatrici, aerei e cariatidi. Da numerosi legni ha poi tratto splendide xilografie. Le sculture in bronzo, realizzate prevalentemente negli anni ’40 e ’60 dedicate alle progressioni genetiche e concertazioni formali di ideogrammi plastici sul tema del jazz, molto spesso sono montate su basi di pietra scolpita. Sono qui conservati anche un notevole numero di quadri a china e/o tempera, a cui si dedicò prevalentemente negli ultimi anni quando le forze non gli hanno più consentito di lavorare alla scultura diretta della pietra. Di notevole bellezza anche gli arazzi, in lana, tessuti a mano ad “alto liccio” con interventi dell’artista per estrarre dal tessuto dei fili destinati a conferire letture diverse dell’opera attraverso la variazione dell’illuminazione. La visita si conclude nell’ultima sala dove si trova L’Opera Omnia, che costituisce l’ultimo grande gruppo di sculture realizzate da Giansone che rappresenta un decapitato sul patibolo, circondato da blocchi scultorei in pietre diverse che percorrono la creazione del caos iniziale alla coscienza di sé da parte dell’uomo. La visita all’associazione Giansone viene accompagnata dagli splendidi aneddoti raccontati dal fondatore Giuseppe Florida, amico di sempre di Mario Giansone e a cui la città di Torino e probabilmente il mondo intero dovrà dire grazie per non aver permesso che queste opere finissero perse e dimenticate.
Andrea Fabrizio
l’Associazione Archivio Storico Mario Giansone è stata formalmente e interamente sostituita dalla Fondazione Mario Giansone ETS, che oggi ne detiene in via esclusiva le funzioni, la gestione del patrimonio e la tutela dell’eredità artistica del Maestro.